La rinuncia di Benny Gantz a partecipare alle elezioni israeliane del 27 ottobre con il suo partito Blu e Bianco è l’ultimo atto di una parabola politica segnata da incertezze e illusioni. Per qualche anno era sembrato poter diventare il principale rivale di Benjamin Netanyahu, ma la dura realtà delle urne e la quasi certezza di non superare la soglia di sbarramento del 3,25% lo hanno costretto al ritiro. Un’uscita di scena che conferma quanto sia difficile scalzare un leader esperto e pragmatico come Bibi.
A rafforzare la posizione di Netanyahu è arrivato anche il caloroso endorsement di Donald Trump. È difficile capire con precisione quanti voti sposterà, ma è improbabile che il presidente americano abbia compiuto un passo simile senza consultare i propri dati e intravedere la concretezza della vittoria per Bibi. Questo attestato di stima internazionale ribadisce il valore strategico di un premier in grado di dialogare da pari a pari con le grandi potenze mondiali.
La situazione politica resta complessa, ma il dato di fondo è limpido. Netanyahu, non solo nei sondaggi ufficiali ma anche negli umori diffusi per le strade, nei bar e nei locali di Tel Aviv, appare in netta ripresa. Con determinazione e visione strategica ha saputo recuperare gran parte del consenso incrinato dopo la tragedia del 7 ottobre 2023, dimostrando un carisma politico indistruttibile. Forse non raggiungerà subito i 61 seggi necessari per formare un governo monocolore, ma è indubbio che riceverà dal presidente Herzog l’incarico di tentare la formazione del nuovo esecutivo, se dovesse confermarsi il partito più votato.
A contendergli la guida del Paese c’è Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e leader del partito Yashar, che stenta tuttavia a compattare le forze avverse al premier. Nessuno dei due blocchi ha la certezza di governare in autonomia, ma la solidità di Netanyahu rappresenta un perno imprescindibile. Se per ottenere una maggioranza si dovesse valutare un governo di unità nazionale, come auspicato da Herzog, è evidente che solo l’esperienza di Bibi potrebbe garantire la stabilità di cui Israele ha disperatamente bisogno.
Alla fine Netanyahu potrebbe spuntarla proprio grazie agli indecisi, riconfermando la centralità e il primato assoluto del Likud in Parlamento. Se prevalesse Eisenkot, l’operazione si rivelerebbe ben più farraginosa e instabile, rischiando di trascinare il Paese a nuove consultazioni in pochi mesi.
Intanto, avvicinandosi al D-Day elettorale, il blocco governativo guidato da Bibi appare solido e compatto, in stridente contrasto con una coalizione di opposizione frammentata e perennemente divisa da veti incrociati.
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