Visti da lontano

La democratica Kamala Harris e il pericolo scampato per gli Usa

Dalle tasse all'immigrazione le ricette sbagliate della vicepresidente di Biden che nel 2024 ha perso contro Trump e che piace tanto alla sinistra nazionale

Kamala Harris, la politica dei democratici americani che ha preso una scoppola elettorale quando si è candidata, nel 2024, alle presidenziali Usa contro Donald Trump, vista dall’Italia non è soltanto Kamala Harris. No, è qualcosa di più: è l’ideologia dei presunti buoni e bravi contro i presunti cattivi e pessimi. Perché in questa Italia dove il leader della Cgil Maurizio Landini ha da poco annunciato - e sai che novità! - l’ennesimo sciopero generale per il 20 novembre prossimo, Kamala Harris incarna la quintessenza della sinistra che perde e che sbaglia ma che si sente comunque migliore dei suoi avversari.

Era il giugno del 2019 quando un quotidiano italiano, di certo non di destra, La Stampa, titolava: «Kamala, la paladina della sinistra radicale che va all’attacco dei leader democratici». Perché pure in quel mondo variegato che è la sinistra c’è sempre qualcuno più a sinistra degli altri. Insomma, che si sente migliore tra i migliori. L’occhiello di quell’articolo spiegava che l’affondo della Kamala Harris «contro Joe Biden ha ricordato quelli di Obama nei confronti di Hillary» dove Obama è Barack Obama e Hillary, Hillary Clinton.

Tze, tze, sai che bel divertimento. Stando alle parole sulla tenzone politica d’allora tra i democratici verrebbe da pensare: chissà come se le saranno dette e date (politicamente) Joe Biden e Kamala Harris. Macché. Poco dopo la Harris rinuncerà e alle presidenziali del 2020 a sfidare Trump sarà invece il democratico Joe Biden, vincendo alla fine le elezioni. E che farà Biden il vincitore? Sceglierà Kamala Harris, quella che lo avrebbe dovuto affondare nelle primarie dei Democratici statunitensi, come sua vicepresidente.

Quel genio di Totò, che con la sua comicità sapeva metter alla berlina le umane e banali cose, avrebbe commentato: ma fateci il piacere! Non sappiamo se oggi, nella tarantella in corso nel campo largo (assai diviso e in ordine sparso su temi dirimenti per il nostro tempo, come ad esempio l’Ucraina) tra la segretaria del Partito democratico italiano, Elly Schlein, ed il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, il contrasto, anche tosto, tra le parti sia una imitazione del gioco politico tra Biden e la Harris. Quel che è certo è che - viste le premesse americane - è sempre meglio non fidarsi troppo dei progressisti.

Nell’attesa delle elezioni politiche italiane perciò merita un poco di attenzione la parabola politica della Harris che, per fortuna dell’Occidente (che poi sarebbe il mondo libero di cui facciamo parte, dagli Usa all’Europa) non si è ritrovata seduta alla Casa Bianca a guidare gli Stati Uniti d’America. Chi è e soprattutto cosa propone Kamala Harris rispetto alle sorti del mondo? Cominciamo dal chi è. Nata a Okland il 20 ottobre 1964 da madre indo-americana e da padre di origine gamaicana, Kamala studia e si laurea in legge. Dopo gli studi, lavora come vice procuratore distrettuale della Contea di Alameda dal 1990 al 1998. Nel 2003 diventa procuratore distrettuale di San Francisco. Rieletta nel 2007, nel 2010 diventa procuratore generale della California, ruolo in cui verrà rieletta nel 2014. Nel 2016 si candida alle elezioni per il Senato diventando la prima indo-americana a essere eletta in quel consesso. Nel gennaio 2019 Harris annuncia la sua candidatura per le presidenziali degli Stati Uniti del 2020, candidatura che ritirerà per diventare in seguito la vice del presidente eletto, il democratico Joe Biden. Nel 2024 sfida il repubblicano Donald Trump alle presidenziali, subentrando in corsa a Biden, e perde. Nettamente. Nonostante le sconfitte subite non molla la sua voglia di politica e di farcela. Sempre con la sua ricetta per gli Usa. Quale?

Ecco qui alcune diapositive. Sulle tasse. Nel suo programma elettorale ai tempi della sfida presidenziale persa con Trump sulla questione fiscale la Harris prometteva, in sostanza, più tasse per i più ricchi, e di aumentare al contempo la spesa federale per i meno abbienti. Insomma, l’eterna proposta, vista dalla nostra Europa, di più tasse e di più spesa pubblica.

Sull’immigrazione. Nel giugno 2021, quando era vice di Biden, Kamala Harris disse ai migranti di Guatemala e Messico di non andare negli Stati Uniti perché sarebbero stati respinti e parlò del «pericoloso viaggio verso nord». Parole. Perché poi le scelte dell’amministrazione Biden riguardo alle politiche sull’immigrazione si riveleranno uno dei capitoli più deludenti per l’elettorato americano, al punto che la questione migratoria sarà uno dei punti chiave per la vittoria di Trump nel 2024. Talmente deludenti che Kamala Harris nell’autunno del 2024, nel pieno della sua campagna elettorale contro Trump in vista delle presidenziali del novembre di quell’anno, annuncerà riguardo alle sue politiche sull’immigrazione ma pure sul resto: «Non sarà una continuazione della presidenza di Joe Biden». Beh, detto da una politica che di Biden era stata la vicepresidente per anni, fa riflettere. Interessante, in proposito, anche il contesto in cui la Harris pronunciò questa affermazione. Fu infatti durante una intervista con Fox News, tv certamente più vicina ai repubblicani che non ai democratici per la sua linea informativa.

Il che ci porta ad una riflessione ulteriore: quando ascoltate leader progressisti in tv, che siano nei dibattiti talk, in interviste o in altro contesto informativo, non credete a tutto quello che dicono. Perché le parole sono parole e la politica è un’altra cosa.Riproduzione riservata

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