Chi non ricorda le stranezze alimentari deiJetson? Nel vecchio cartone animato di Hanna e Barbera del 1962, ma ambientato esattamente 100 anni dopo, nella seconda metà di un ventunesimo secolo immaginifico e pervaso dalla tecnologia, anche il mondo del cibo viveva dell’ammaliante e confortevole velocità donata dal progresso scientifico. I robot si occupavano di tutte le faccende domestiche e a pranzo, quando non ricorrevano alle loro magiche pillole in grado di sostituire un pasto completo, iJetson si saziavano con le delizie sfornate dal loro “distributore domestico di alimenti”. Addio a soffritti, fornelli incrostati, ragù mescolati per ore. Nel futuro artificiale della comodità imperante sarebbe stata la macchina a farci dimenticare qualsiasi vanità da cuochi provetti. La profezia luddista dei disegnatori americani distruggeva qualsiasi speranza di sopravvivenza per il mondo dei cuochi, ma anche per la semplice cucina di casa. Sarà che al futuro, quando arriva, cerchiamo spesso di dare la forma delle prodezzeche per l’avvenire avevamo immaginato nel passato, ma il “distributore automatico di alimenti” è oggi un oggetto molto più vicino alla realtà di quanto si possa pensare. E ha la forma di una stampante. Una stampante 3D per l’esattezza, tecnologia sempre più in voga, sempre più esplorata e sperimentata,con cui oggi si realizza di tutto,dai mattoni da costruzione fino agli organi per i trapianti. E adesso anche i manicaretti. La pratica è agli albori, ma c’è chi già pensa a un mondo in cui i pranzi verranno “stampati”, non più “cucinati”, e in cui al supermercato si andrà per comprare cartucce alimentari con cui ricaricare il nostro robot da cucina, un po’ chef e un po’ tipografo. FritsHoff per esempio, del FabLab Maastricht, che le stampanti 3D del cibo le produce in Olanda, ha tracciato con convinzione alla Maker Faire di Roma il quadro futuribile dei benefici che avremo dalla creazione automatica di torte, sformati e quant’altro. Lui già realizza gnocchi di forme impensabili con le sue stampanti. Nei Paesi Bassi sono all’avanguardia nel campo, e proprio con l’idea di realizzare una pasta “stampata” e personalizzata (nella forma, ma anche nel contenuto di carboidrati, Omega 3 e così via) la Barilla ha avviato una partnership con una società di Eindhoven che ha già fornito di stampanti del cibo alcuni ristoranti della città olandese. Quando Hanna e Barbera disegnavano iJetson, gli elettrodomestici avevano da poco fatto la loro irruzione nelle cucine delle massaie italiane. La tecnologia della stampa commestibile, invece, è ancora lontana dalla diffusione di massa. Il costo di una stampante per il cibo, d’altronde, va dai 2.500 ai 10mila euro, non il massimo dell’economicità.Per usarne una non è necessario avere conoscenze tecniche di modellazione o linguaggi di programmazione: i “modelli “di cibo sono già caricati. Costi alti a parte, questo renderebbe le stampanti del mangiare perfettamente adattabili all’uso domestico. Ma nei negozi di elettronica ancora non si trovano: la verità è che sono molto lente, e le resistenze psicologiche al loro utilizzo non mancano. Però,sono tante le possibilità che già oggi possono offrire. Riescono a stampare soprattutto cioccolata, caramello, biscotti, salatini, pane. C’è chi sta provando a usarle per la creazione dihamburger, in forme insolite. E, paradossalmente, i piatti tipici della tradizione (italiana) hanno la meglio: pasta, pizza e gelato sono i più sperimentati. A Milano, gli industrial designers di Subalterno1 con il progetto “Mondopasta” stanno reinventando il modo di concepire la regina dei piatti italiani. Con una giovane startup brianzola che realizza stampanti 3D tutte made in Italy, hanno messo a punto la “Nonnabot”, versione 2.0 della vecchia “Nonna Papera” per lavorare la sfoglia: una lama, interfacciata con uno smartphon o un computer, taglia la pasta all’uovo, muovendosi come un plotter, in forme davvero innovative (c’è persino una lasagna con veli delle fattezze di un robottino). Mentre “Nigredo”, come un tatuatore artificiale, disegna motivi ricercatissimi sulla sfoglia col nero di seppia. Al momento le stampanti del cibo non stanno sostituendo i cuochi. Anzi, sono proprio gli chef più dotati, e più arditi, a utilizzarle per realizzazioni di altissimo impatto. Allo stellato “DosCielos” di Barcellona, ad esempio, sono tra i più all’avanguardia nella sperimentazionedel 3D printingin cucina. La nuova frontiera dell’alta ristorazione è ormai quella della decorazione con le stampanti. Utilizzando materie prime anche di qualità, si possono ottenere forme impossibili da realizzare a mano. Con gli zuccherini, poi, è possibile inseguire le più fantasmagoriche fantasie della geometria. Tra i modelli in commercio, a dominare la scena sonola “Foodini”, prodotta dalla spagnola Natural Machines, che funziona con sistema Android, e “ChefJet”, della 3D Systems, prodotta sia in versione consumer che Pro. Per averla servono 10mila dollari. Decisamente più a buon mercato è la “ChocaByte”: con meno di 100 euro è possibile assicurarsi uno strumento in grado di creare qualsiasi tipo di cioccolatino in casa. I produttori di stampanti per il cibo mirano a conquistare una fetta di mercato in continua espansione (Il fatturato per il settore complessivo delle stampanti 3D è stato di 2,5 miliardi di dollari nel 2013 e crescerà fino a 16,2 miliardi entro il 2018), dichiarando guerra aperta al comparto dei “cibi già pronti”. La sfida è quella di fornire ai consumatori la stessa comodità e la stessa velocità dei piattipreconfezionati, con un gusto non troppo dissimile, ma con il valore aggiunto della preparazione casalingae, soprattutto, dell’utilizzo di prodotti freschi. Le stampanti di cibo possono avere anche un impiego immediato in sanità. “L’8 per cento dei pazienti ricoverati negli ospedali in Europa ha problemi di deglutizione - dice FritsHoff -. Con le nostre stampanti possiamo creare dei cibi molto, molto soffici, a base di prodotti naturali, che non hanno l’aspetto di un omogeneizzato, ma che riproducono fedelmente la forma di un piatto appena spadellato, come le uova al bacon”. La Nasa va oltre e già pensa a come sfamare gli astronauti delle future missioni su Marte. AnjanContractor, ingegnere meccanico texano, ha ricevuto dall’Agenzia spaziale americana un finanziamento di 125mila dollari per mettere a punto un sistema di stampa di cibi nello spazio. Contractor ha già sfornato una pizza 3D, con strati di impasto, pomodoro e formaggio disidratati e messi in cartucce. Il problema della Nasa è come garantire l’alimentazione degli astronauti che potrebbero affrontare viaggi lunghi anche 15 anni in un futuro non troppo lontano. Ma guardando oltre, alla fine del secolo, all’epoca della vecchiaia deiJetson, quando nel mondo reale, secondo le stime demografiche, la popolazione mondiale potrà raggiungerei 12 miliardi di individui, il problema dell’alimentazione sarà soprattutto terreno. E sono in tanti, Contractor in testa, a credere che la soluzione si troverà proprio nella stampa 3D di nuove forme di cibo realizzate a partire da “inchiostri alimentari” e carne sintetica. Se saranno anche buone, be’, questo è tutt’altro problema.
Il pranzo lo prepara la stampante
Il “distributore automatico di alimenti” esiste, ed ha la forma di una stampante 3D
