Secondo voi, è lecito fare una rivista di vino e/o una guida ai migliori vini d'Italia su carta oppure online interamente pagate dai produttori di vino? Succede proprio così: quelli che producono vino, quelli che dovrebbero essere segnalati, valutati per il loro lavoro di qualità, assoldano invece un editore per farsi belli. Per far sapere ai lettori - in verità pochi - che loro sono bravi, che il loro vino è buonissimo e vale un ottimo punteggio! Sappiamo e ci dicono che specialmente i giovani non tengono conto di questo tipo di comunicazione, anzi, la evitano, che molti lettori lo ritengono un boomerang contro gli stessi vinai che si affannano a pagare per farsi dire di essere bravi. È vero, ma non basta. Non si può più assistere a questo scempio dell'etica professionale, sia di chi scrive sia di chi paga. Sono odiose marchette. C'è addirittura chi ne ha fatto un listino prezzi: due pagine con foto euro tot, articolo di quattro pagine con foto e grande titolo tot, e così via fino ad arrivare ad un "premio" annuo se di articoli ne ordini più di due... Così i veri padroni di queste pseudo-pubblicazioni sono gli inserzionisti più o meno occulti, con buona pace di Indro Montanelli, sostenitore dei lettori quali veri padroni dei giornali. L'editore si piega a questo gioco proibito e il mestiere di scrivere si increspa, inciampando in messaggi da televendita, talvolta rozzamente malcelati. La testimonianza giornalistica muore e allo stesso modo si spengono la critica e il giudizio. Non c'è qualità nell'analisi, non esiste indipendenza nell'opinione e il risultato finale è pessimo e superficiale. La rete non è esente dal problema. I «marchettari» lì sono ancor più subdoli perché passano da opinion leader o, molto spesso, da blogger di successo. Il pubblico, seppure interattivo, disincantato e predisposto a scoprire il misfatto, può ugualmente essere ingannato, perché sicuro e fiducioso della fonte. E delle Guide dei vini completamente pagate dai produttori cosa ne pensate? Ci chiediamo dove siano finite le regole di deontologia, di buona creanza, ma soprattutto dove siano finiti i controllori. Certo, con tutta l'ignoranza che impera forse chi dovrebbe controllare, anziché consentire, non si accorge dello scempio che da anni invade il mondo della comunicazione per assenza totale di cultura. Il vino non lo conoscono proprio. Anzi, non sanno neppure che del vino si può anche scrivere e fare notizia, che è un nobile messaggio, raffinata comunicazione. Nessuna giustificazione oggi è permessa, perché - ed è più che ovvio ribadirlo - il merito e la qualità di un prodotto non possono essere determinati dal denaro. Specialmente in periodi di crisi, non tutti i produttori di vino possono permettersi di pagare per la loro bravura. E i primi della classe, i quali naturalmente scelgono di non pagare perché la loro presenza nel bene e nel male dà lustro a queste edizioni odiose, dovrebbero anche loro prendere atto di questo scempio e impedire che puntualmente si ripresenti settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno, ad ogni uscita insomma di questi falsi d'autore. Per chiarezza, non mi riferisco alle riviste di moda, di orologi, di abbigliamento, di architettura: quelle sono quasi dei cataloghi e non espongono messaggi o pareri sulla qualità. Mi riferisco alla stampa che informa, alla scrittura che racconta, al giornalismo. Chi o cosa bisognerà aspettare per farla finita con questo detestabile malcostume nel vino? Non sono altro che odiose e dannose marchette. Intanto, poco distante, sopravvive il mondo della cultura e delle tradizioni. Una cultura antica di valori delle tradizioni unite ad un nuovo percorso di ricerca che grandi donne e grandi uomini stanno compiendo per far sempre più di questo Paese il portabandiera della grande qualità del mondo. E ci stanno riuscendo bene, anche senza marchette.
I vinai pagano le riviste. E il vino muore di «marchette»
Secondo voi, è lecito fare una rivista di vino e/o una guida ai migliori vini d'Italia su carta oppure online interamente pagate dai produttori di vino?