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80 anni dopo, l'esilio dei discendenti Savoia è anacronistico e da rimuovere

Foto: Il Tempo 

Marco Panella
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L’immagine racconta una storia che poteva essere tutta un’altra storia. Il Siai-Marchetti SM95 è sulla pista di volo, il colonnello della Regia Aeronautica Francesco Aurelio Di Bella è pronto al decollo, con lui l’equipaggio e pochi altri uomini in carlinga. Uno di loro, il più alto, si abbassa leggermente e si sporge dal portellone, nella mano destra stringe il cappello, ma la sinistra si tende fuori e si alza in un gesto di saluto. Sono passate da poco le 16 del 13 giugno 1946, nel caldo di un giorno che avvicina l’estate, dall’aeroporto di Ciampino Re Umberto II saluta l’Italia e 900 anni di dinastia Savoia. Terzogenito di Vittorio Emanuele III e di Elena di Montenegro, Umberto diventa Re il 9 maggio 1946 in virtù dell’abdicazione del padre che, subito dopo, si imbarca sull’incrociatore Duca degli Abruzzi per andare ad Alessandria d’Egitto in esilio volontario. La guerra è finita da un anno, l’Italia non è solo un Paese in macerie, ma anche in fermento e che, profondamente diviso tra sentimenti repubblicani, prevalenti al Nord, e sentimenti monarchici, prevalenti al Sud, deve decidere il suo futuro.

Al referendum del 2 e 3 giugno su 28 milioni di aventi diritto sono poco meno di 25 milioni gli italiani che si recano alle urne per scegliere tra Repubblica e Monarchia. Il risultato è lampante, 12.718.641 i voti per la Repubblica contro i 10.718.502 per la Monarchia, ma le lungaggini dello spoglio e la spaccatura del Paese alimenteranno a lungo dubbi e sospetti mai provati. Il dato storico indiscutibile della vittoria repubblicana deve però essere visto insieme a un altro dato, altrettanto indiscutibile: in quei giorni di giugno di 80 anni fa, l’Italia fu a un millimetro dallo sprofondare in una nuova guerra civile. Sarebbe stata una tragedia, l’ennesima. Una tragedia che Re Umberto II si prende la responsabilità di evitare, non di provocare. Umberto II non si fa remore di contestare l’esito referendario, di reclamarne i brogli, ma piuttosto che incitare gli animi alla rivolta, si fa protesta lui stesso. Il 10 giugno la Corte di Cassazione proclama ufficialmente i risultati referendari e nella notte tra il 12 e il 13 giugno il Consiglio dei Ministri conferisce i poteri di Capo dello Stato provvisorio ad Alcide De Gasperi.

Umberto II sceglie di andare via, ma sceglie di farlo da Re; non segue le orme del padre, non abdica e non rinuncia al titolo, semplicemente va altrove, in un esilio volontario che, con ogni probabilità, non pensava eterno. Al fine pena mai ci penserà la XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione, entrata in vigore il primo gennaio 1948 e che determinerà l’esilio costituzionale per tutti i maschi di casa Savoia. Il saluto che re Umberto II lancia dal portellone di quell’aereo pronto a rullare con destinazione finale Portogallo, non era il saluto all’Italia che si lasciava alle spalle, ma a quella che guardava al futuro, un’Italia dalla quale, in quel momento, non pensava di essere estromesso per sempre e che avrebbe continuato ad amare per tutta la sua vita.

In occasione dell’80° anniversario della partenza di Umberto II, l’Unione Monarchica e Italia Reale hanno ricordato il contesto storico e la figura dell’ultimo Sovrano d’Italia in un appuntamento al quale sono intervenuti il professor Guglielmo Giovannelli Marconi, l’avvocato Massimo Mallucci, il professor Salvatore Sfrecola e il presidente dell’UMI, avvocato Alessandro Sacchi che, nell’occasione, ha voluto ricordare come «la figura di Umberto II costituisce un grande esempio di attaccamento al senso del dovere e di responsabilità al servizio dell’Italia e, piuttosto che rischiare un nuovo scontro civile, preferì consegnarsi all’esilio. 80 anni dopo ribadiamo che la Monarchia è la migliore forma costituzionale dello Stato, come ci insegnano le meglio funzionanti democrazie parlamentari del mondo: le monarchie d’Europa». In occasione dell’80° anniversario della partenza di Umberto II, l’esilio costituzionale per i discendenti Savoia si mostra in tutto il suo anacronismo di contraddizione democratica che una Repubblica matura e consapevole quale è l’Italia non dovrebbe avere remore a rimuovere.

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