Israele elimina i due vertici del circuito finanziario di Hamas
Durante la guerra avrebbero garantito il passaggio di decine di milioni di dollari all’ala militare di Hamas attraverso una rete di cambiavalute attiva in tutta Gaza. L’Idf ha annunciato di aver eliminato, nel nord della Striscia, Khader Jamasi, indicato da Israele come capo della rete di trasferimento di fondi di Hamas, e il suo vice Muhammad Harazin.
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Il raid, avvenuto domenica, ha dunque colpito due operatori considerati centrali nel circuito finanziario dell’organizzazione terroristica nella Striscia. I fondi sarebbero serviti a mantenere gli stipendi dei miliziani, sostenere la capacità operativa dell’organizzazione e finanziare la pianificazione di attacchi contro le truppe israeliane e i civili. La rete usava decine di uffici di cambio, canali informali e operatori locali per muovere denaro dentro un territorio in cui il sistema bancario è sotto pressione, i controlli sono frammentati e la liquidità resta uno degli strumenti decisivi per ricostruire catene di comando e logistica. Jamasi e Harazin entrano così nella lista dei responsabili finanziari di Hamas colpiti nell’ultimo anno. Tra questi, Israele indica anche Firas Mashharawi e Ihab Khrizim, già presentati come figure senior nel trasferimento di denaro verso l’ala militare. Khrizim, in particolare, avrebbe avuto il compito di convogliare milioni di dollari alla struttura militare di Hamas, anche durante il cessate il fuoco.
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La linea israeliana, infatti, punta a colpire non solo comandanti, depositi e cellule operative, ma anche i canali che permettono al gruppo di pagare uomini, acquistare materiali e riattivare capacità offensive. La finanza di Hamas è da tempo nel mirino anche delle sanzioni occidentali. Dopo il 7 ottobre, Stati Uniti e Regno Unito hanno varato nuove misure contro funzionari e rappresentanti accusati di gestire la rete finanziaria del gruppo, con nomi basati a Gaza, in Cisgiordania, Libano e Turchia. Tra questi figurano Ismail Barhum e Zaher Jabarin, indicati dal Tesoro americano come figure coinvolte nell’aggregazione di fondi raccolti a livello globale e nel loro instradamento verso i conti dell’organizzazione.
Washington sostiene che Hamas sfrutti giurisdizioni permissive, campagne di raccolta fondi e intermediari finanziari per alimentare le attività militari nella Striscia. Le reti di money transfer, i cambiavalute e i circuiti informali consentono di trasformare risorse raccolte all’estero in liquidità spendibile sul terreno. In questo sistema il denaro non segue sempre un percorso bancario lineare. Può passare da donazioni, società di comodo, conti esteri, compensazioni tra operatori e movimenti di cassa.
Per gli apparati israeliani, l’anello interno della Striscia è quello da spezzare. Senza liquidità, infatti, Hamas fatica a pagare i suoi uomini, riparare infrastrutture, spostare materiali e sostenere cellule operative sotto copertura civile. Prima dell’attacco, Idf e Shabak hanno rivelato di aver adottato misure per ridurre il rischio di vittime civili, tra cui l’uso di munizioni precise e sorveglianza aerea. È un dettaglio destinato a pesare nel quadro del cessate il fuoco, perché Israele sostiene che le proprie truppe, schierate sotto il Comando meridionale, restano nell’area in conformità con l’accordo e continueranno a operare contro qualsiasi minaccia immediata. La definizione di «minaccia immediata», nel caso della finanza di Hamas, viene estesa alla capacità del gruppo di rigenerare il proprio apparato militare.
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