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Libano, attacco ai caschi blu e la Francia accusa Hezbollah. Ma si teme la regia dell'Iran

Foto: Lapresse

Andrea Riccardi
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Parigi alza i toni e, per una volta, mette da parte la cautela diplomatica. Dopo la morte di un casco blu francese nel sud del Libano, il presidente Emmanuel Macron indica apertamente una responsabilità: "Tutto lascia pensare" che dietro l’attacco ci sia Hezbollah. Un’accusa netta, ribadita anche nei colloqui con il presidente libanese Joseph Aoun e il premier Nawaf Salam, ai quali è stata chiesta un’indagine rapida. Ma all’Eliseo, più che attendere verifiche, si ragiona già su un quadro ritenuto sufficientemente chiaro.

 

 

Secondo la lettura francese, l’attacco non è solo un episodio isolato, ma un messaggio politico preciso: colpire la presenza militare di Parigi per condizionare il ruolo della missione UNIFIL e frenare ogni ipotesi di rafforzamento del suo mandato. Non solo. L’agguato viene interpretato anche come un tentativo di sabotare i delicati equilibri tra Libano e Israele, proprio mentre si muovono i primi passi sul terreno negoziale. Un segnale diretto a una Francia che, da anni, mantiene un ruolo centrale nel Paese dei cedri, sostenendo istituzioni e forze armate locali.

 

 

Sul tavolo c’è anche un’ipotesi più ampia, che porta dritto a Iran. All’Eliseo si valuta infatti che dietro l’azione possa esserci quantomeno un incoraggiamento proveniente dall’orbita di Teheran, storicamente legata a Hezbollah e ostile a qualsiasi riavvicinamento tra Libano e Israele. In questo scenario, colpire i militari francesi significherebbe mandare un avvertimento a una potenza europea che prova a giocare una partita autonoma, non completamente allineata agli Stati Uniti ma comunque influente negli equilibri regionali. Il clima si fa ancora più pesante se si guarda alla sequenza degli eventi. In poco più di un mese, due soldati francesi sono stati uccisi in operazioni attribuite a gruppi legati alla stessa galassia filo-iraniana. Un’escalation che a Parigi richiama alla memoria precedenti drammatici come l’Attentato al palazzo Drakkar, quando morirono 58 paracadutisti francesi. Un parallelo che pesa e che rafforza la convinzione, sempre più esplicita, che dietro gli attacchi non ci siano solo milizie locali ma una regia ben più ampia.

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