Iran, inizia l'esodo del denaro. Tra case di lusso e criptovalute l'élite di Teheran prova a salvarsi
«The rats are leaving the ship». Scott Bessent, segretario al Tesoro Usa, ha usato questa immagine al Senato il 5 febbraio 2026 per descrivere l’esodo finanziario dell’élite iraniana: milioni trasferiti all’estero «come pazzi». Bessent, ex CIO di Soros con il celebre colpo contro la sterlina nel 1992, nominato da Trump nel 2025, interpreta il movimento come segnale di un regime in caduta libera. La strategia Usa è chiara: indurre una «dollar shortage» per strangolare l’economia iraniana. Rial in picchiata, inflazione galoppante, proteste dilaganti. Culmine a ottobre 2025: bancarotta di Ayandeh Bank, perdite da 5 miliardi su prestiti a crony (cioè di favore, agli amici degli amici) del regime, assorbita da Bank Melli. Altre cinque banche – Sepah, Sarmayeh, Day, Iran Zamin, Melal – sull’orlo del collasso, sistema devastato da sanzioni, corruzione e cattiva gestione. L’élite dunque accelera la fuga attraverso le criptovalute. Piattaforme Zedcex e Zedxion, registrate a Londra ma collegate all’IRGC, hanno facilitato miliardi in USDT per aggirare le sanzioni. Dal 2023 l’IRGC ha trasferito almeno 1 miliardo via blockchain Tron. Dubai e Abu Dhabi fungono da hub principali: fondi sanzionati convertiti in dirham emiratini, poi in stablecoin trasferite offshore tramite bridge. La Turchia resta canale storico per flussi indiretti verso mercati globali. Il Tesoro Usa ha sanzionato le due exchange il 30 gennaio 2026, tracciando complessivamente 94 miliardi in transazioni collegate. Negli ultimi mesi: 1,5 miliardi finiti in conti escrow emiratini, di cui 328 milioni attribuiti a Mojtaba Khamenei.
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Parallelamente si consolida l’impero immobiliare estero. Proprio Mojtaba Khamenei, erede designato del Leader Supremo, orchestra acquisti tramite intermediari come Ali Ansari, sanzionato dal Regno Unito per legami con l’IRGC. A Londra, undici ville su Bishops Avenue – la «via dei miliardari» – valutate oltre 100 milioni di sterline, acquisite via società offshore come Birch Ventures. A Dubai, villa di lusso a Emirates Hills. Hotel e proprietà da Francoforte a Maiorca, finanziati da proventi petroliferi iraniani convogliati tramite banche svizzere ed emiratine. Ansari gestisce un patrimonio immobiliare europeo da circa 400 milioni di euro; nega ogni legame, ma i dossier investigativi parlano chiaro. Intanto la partita diplomatica si gioca in Oman. Il 6 febbraio 2026 si è tenuto l’ultimo round di negoziati indiretti sul nucleare, mediati dal sultano. Il ministro iraniano Abbas Araghchi li ha definiti «un buon inizio», Trump ha parlato di «very good talks» con un nuovo incontro imminente. Teheran resta inflessibile (non vuole portarlo fuori dai confini nazionali) su arricchimento dell’uranio, programma missilistico e sostegno all’Asse della Resistenza. Gli Stati Uniti spingono per un’agenda più ampia.
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La presenza ai colloqui del comandante Centcom, ammiraglio Brad Cooper, sottolinea la pressione militare sottostante. Sul piano bellico, gli Stati Uniti intensificano il dispiegamento "montare" già presente in zona. La portaerei USS Abraham Lincoln opera nel Mar Arabico e ha abbattuto un drone Shahed-139 iraniano il 3 febbraio. Dozzine di F-15E Strike Eagle britannici sono arrivati in Giordania. Il destroyer USS Delbert D. Black pattuglia il Mar Rosso, con altre cinque unità nel Golfo Persico. Il Regno Unito ha evacuato personale da basi in Qatar a gennaio e schiera Typhoon a difesa degli alleati del Golfo. L’IRGC ha effettuato manovre provocatorie vicino a navi Usa. Il buildup è il più massiccio da giugno 2025. In questo affresco geopolitico, le parole di Bessent sono la chiave: l’élite iraniana si paracaduta in asset digitali e immobiliari mentre Teheran vacilla. Colloqui fragili, muscoli militari in tensione e sanzioni asfissianti convergono. Israele spinge per il colpo finale, ma Ryad, Dubai e Il Cairo frenano: vogliono gli ayatollah in ginocchio (lo sono già), Gerusalemme al sicuro e Netanyahu in sella, ma da qui ad accettare Bibi come il dominatore del Medio Oriente (questo diventerebbe con il cambio di regime a Teheran) c’è una bella differenza. Per farla breve, deciderà Trump, per ora va così.
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