Undici morti accertati, un attentatore arrestato e un assalto terroristico che ancora non ha i contorni del tutto chiari. Ieri a Tripoli, in Libia, un commando composto da cinque jihadisti ha fatto irruzione nel Corinthia Hotel, di proprietà maltese, e sede diplomatica. Tra le vittime, oltre a tre guardie uccise dallo scoppio di un’autobomba, ci sono anche 5 stranieri, tra cui secondo la Nbc News un cittadino americano, due donne filippine, un francese e un sudcoreano. Gli italiani presenti avrebbero fatto in tempo a lasciare la struttura. La Farnesina, attraverso l’Ambasciata italiana, sta comunque verificando le posizioni dei nostri connazionali, vista la situazione fuori controllo del Paese e la difficoltà di reperire informazioni affidabili. L’attacco è stato rivendicato da un ramo locale di Isis e sarebbe la vendetta per la morte in carcere negli Usa, il 2 gennaio scorso, di Abu Anas al-Liby, l’organizzatore degli attentati contro le ambasciate americane in Kenya e Tanzania del 1998 in cui vennero uccise 200 persone. In serata, poi, il governo sostenuto dalle milizie islamiche e che controlla la capitale libica, in un comunicato ha fatto sapere che l’assalto sferrato all’hotel Corinthia è stato un tentativo di assassinare il primo ministro del governo islamico Omer al-Hasi. Le milizie islamiche hanno quindi accusato il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, ed esiliato a Tobrouk, di essere dietro l’attacco. Le forze di sicurezza sarebbero riuscite a portare al-Hasi fuori dall'albergo illeso. Il governo di al-Hasi si contrappone a quello guidato da Abdullah al-Thinni, riconosciuto dalla comunità internazionale. Il commando, dopo lo scoppio dell’autobomba ha fatto irruzione nella struttura e ha preso alcune persone in ostaggio. Poi quattro attentatori si sarebbero fatti esplodere, mentre il quinto è stato fermato e arrestato. ll comandante delle forze speciali libiche Mahmoud Hamza, che ha parlato all’emittente televisiva Al Nabaa, non ha confermato la morte dei quattro terroristi sostenendo di non sapere dove fossero gli attentatori. L’attentato di ieri ribadisce il caos che esiste in Libia. Qui lo Stato islamico, guidato da Abu Bakr al-Baghdadi, ha ormai le sue roccaforti in Derna e Bengasi, sulle quali sventola la bandiera nera del Califfato. La conquista di questi territori, già divisi tra gruppi jihadisti in parte legati ad Al Qaeda e in parte all’Isis, rappresenta per lo Stato islamico la porta d’accesso all’Europa. Dopo l’attentato di Tripoli, i media libici hanno divulgato un rapporto dello stesso Stato islamico secondo cui l’Isis punta alla Libia «per arrivare in Europa» e «trasformarla in un inferno». Il mezzo per farlo sarebbe proprio il traffico di immigrati. La minaccia, è sempre più vicina. Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha fatto sapere che la comunità internazionale «deve dire forte e chiaro che i tentativi di intimidazione con atti terroristici non passeranno». L'attacco, ha detto, «è un tentativo di boicottare gli sforzi che si stanno facendo a Ginevra per riconciliare le parti in conflitto in Libia».
«Con i migranti porteremo l’inferno in Europa»
Lo Stato islamico minaccia l’Occidente: infiltreremo jihadisti sui barconi diretti in Italia
