Alla fine, senza neppure molta reticenza, gli Stati Uniti lo hanno ammesso: l’avanzata delle truppe ISIS e la presa della città di Kobane, ai confini turchi, ha dimostrato palesemente l’inadeguatezza della strategia americana di contenimento aereo. Senza l’uso di forze di terra, ammettono dall’esercito statunitense, le possibilità colpire duramente la piova nera dell’esercito islamista, si riducono esponenzialmente. Dall’altra parte si ammette che una strategia di lungo periodo, basata su uno strategico delle forze della coalizione, potrebbe definitivamente mettere ko il gruppo terrorista. Josh Earnest, il portavoce presidenziale, ammette che «Ci sono delle limitazioni riguardo l’uso esclusivo della forza aerea». «La nostra strategia siriana si basa su qualcosa che non esiste ancora, una opposizione siriana in grado di combattere l’ISIS». Ha aggiungo usando volutamente un altro acronimo del gruppo. È lo stesso Presidente Obama ad ammettere che la strategia non sta funzionando. Dopo una riunione al pentagono con le stellette più alte in comando, ha ammesso: «Continua a essere una missione difficile. Come avevo detto già prima che iniziasse questa è una cosa che non risolverà nel giro di una notte». Le previsioni nere che si affacciano sul palcoscenico internazionale dopo la presa di Kobani, hanno spinto John Kerry, il Segretario di Stato americano, che ieri ha incontrato il suo omologo inglese, Philip Hammond, a discutere della possibilità di un’offerta inglese per il training di truppe siriane ribelli da usare contro l’ISIS. La risposta inglese però è stata evasiva. Hammond avrebbe sostanzialmente declinato l’offerta, non volendo che il paese sia coinvolto direttamente in un intervento in Siria, chiedendo invece che la Turchia faccia di più per difendere i suoi confini. «Vorremmo vedere l’effettivo bisogno di un sostegno militare – ha detto Hammond -, qualcosa che si possa fare che non è ancora stato fatto, e dovremmo credere che per l’Inghilterra sia meglio non concentrarsi solo su un fronte, ma che sia più efficiente diluire gli sforzi tra Siria e Iraq, piuttosto che concentrarsi solo su quest’ultimo». «Vorremmo anche che Parlamento e opinione pubblica siano concordi riguardo l’intervento». Ha continuato il Segretario di Stato inglese. «Vogliamo essere sicuri di agire avendo dietro tutto il popolo inglese». Hammond, inoltre, ha francamente chiesto alla Turchia di aiutare le forze curde che operano in Siria, nonostante le accuse di separatismo dei curdi turchi; un richiamo che potrebbe arrivare anche domani dal generale americano John Allen in visita ad Ankara per degli incontri. «Gli elementi curdi – ha spiegato Hammond – sono una variabile importante nelle forze che contengono l’ISIL e chiaramente i turchi, visto che gli sono fisicamente vicini, li dovrebbero assistere e supportare». Su un altro fronte, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, per ora, rispondono in maniera ondivaga alla richiesta turca di una forza Nato in una zona cuscinetto ai confini siriani per aiutarli ad affrontare la massa di rifugiati. «La stiamo prendendo in considerazione». Ha ammesso Kerry, ricordando che la questione è in agenda negli incontri di Allen in Turchia. Le cose si complicano, però, se Kerry dice una cosa e il portavoce del Presidente ne ripete un’altra. Earnest infatti afferma che la zona cuscinetto «non è proprio all’ordine del giorno per ora». Il portavoce del Pentagono, John Kirby, perora la causa della «pazienza strategica» per valutare in modo sereno l’avanzamento delle posizioni ISIS in Siria. «Gli attacchi aerei da soli non salveranno Kobani – ha ammesso – bisogna avere anche pazienza». Intanto però i tagliagole sono arrivati a due passi dal confine turco.
Isis avanza, Obama: missione difficile
I raid aerei non bastano a fermare le truppe dei tagliagole su Kobane, l'enclave curda in Siria al confine con la Turchia
