Esteri

Ebrei in fuga verso l'Europa

In tempi di guerra Israele guarda all'Ue con fiducia: in aumento le domande per la cittadinanza

Alyja. Così si chiama la decisione, spirituale e non, di lasciare tutto del paese d’origine e di tornare in Israele. Di questa storia, però, esiste anche un altro lato della medaglia. «Sono giunto alla conclusione che se non lo faccio ora, non lo farò mai più». A dirlo è Sharon, 40 anni, che vive nel centro di Israele. «Io non vedo molto futuro per questa nazione. Non ho mai sentito di esserne parte, e ora più che mai». Sharon spiega la sua decisione di andarsene e di tornare in Europa, precisamente in Spagna. Il suo programma è aprire un negozio e di vivere in calma e pace, per vivere la sua vita «invece di sacrificarla per i politici» dice. La rivista Newsweek ha dedicato la copertina del 29 giugno al tema dell’emigrazione ebraica dall’Europa verso Israele, chiamando il tema, poco fantasiosamente, “Exodus”. Israele guarda all’Europa, con fiducia, non disperazione, specialmente nei tempi di guerra. sembra che gli ebrei askenaziti, ossia quelli che hanno le loro radici nell’Europa dell’Est, stiano cercando di ottenere la cittadinanza dalla Polonia, Ungheria o Germania, mentre i Mizrahi, un altro gruppo di ebrei, questa volta del Medioriente, cercano quella spagnola o francese di cittadinanza. «C’è un aumento del numero di domande nell’ultimo mese. C’è sempre, però, durante, una guerra», dice l’avvocato Dan Assan, al giornalista Yuval Avivi che ha condotto la ricerca pubblicata su Al monitor. L’avvocato è specializzato nell’ottenimento della cittadinanza austriaca e tedesca per i cittadini israeliani. «L’aumento non è drammatico – spiega Assan – ma comunque resta il fatto che parliamo di un aumento che, negli ultimi periodi, si sta avvicinando intorno al 12%, ma per ora è solo un effetto della guerra». La decisione di andarsene, ha proseguito poi l’avvocato, è difficile, ma «lo è ancora di più ottenere la cittadinanza. Temo che vedremo il reale impatto della guerra a Gaza, su Israele però, solamente fra molto tempo». Julie Daniel, un altro avvocato, che però si occupa di relazioni con la Francia, ha dichiarato che le richieste, nonostante quanto si dica dell’ antisemitismo nel paese, stiano lentamente, ma continuamente aumentando. «Il mese scorso ho sentito 46 famiglie, molte delle quali dal sud di Israele, che provenivano dalla Tunisia o dall’Algeria. Ogni famiglia ha una ventina di elementi». L’anno passato, ha dichiarato di aver fatto rinnovare la cittadinanza a oltre un centinaio di famiglie israeliane. Nel dicembre 2012 un articolo sul quotidiano israeliano di sinistra Haaretz ha dichiarato che il 37% degli israeliani stava prendendo in considerazione l’idea di andarsene da Israele. L’articolo riportava uno studio della Tel Aviv University, secondo il quale nel 2007 più di 100 mila israeliani possedevano la cittadinanza europea, un aumento del 100% dal 2000. Nel marzo 2013, in un altro articolo, questa volta uscito sul The Marker, il numero di cittadinanze europee stimato era di 150mila. «Forse non è politicamente corretto da dire, ma se gli askenaziti una volta erano il gruppo dominante del paese, sono diventati oggi solo una parte del paese». A dirlo è il ricercatore e professore Noam Manella, citato anche dal quotidiano Haaretz. «Molti askenaziti si chiedono che cosa più li colleghi a questo paese». Non sembra cambiato molto da allora. Il 4 agosto, Yoosi Nehushtan, un professore di legge alla Keele University in Inghilterra, ha scritto sempre su Haaretz: «I liberali dovrebbero arrivarci da soli alla soluzione di migrare da Israele, per trovare più sicurezza in un altro paese». Il professore è comunque noto per le sue posizioni spesso eccessive e provocatorie. Tutto ciò accade durante la guerra a Gaza, quando la sinistra israeliana si sente sotto attacco. Alcuni di loro hanno percepito la difficoltà di unirsi in un destino comune per supportare la guerra a Gaza. Sempre secondo la sinistra israeliana sarebbe scioccante come buona parte del paese sia rimasta sostanzialmente indifferente a cosa avvenisse a Gaza. La situazione sta diventando difficile anche dentro Israele stesso, dove la sinistra accusa la destra di essere “un’ala fascio-terrorista” che distrugge il futuro del paese. Queste persone non sembrano minimamente indignate, tantomeno preoccupate, da quanto dichiarato da Newsweek riguardo gli attacchi antisemiti: «E’ una scena che si ripete dal 1930 – dicono – a differenza che questa era l’alba di una guerra mondiale, ora siamo nel 2014». Il problema sta nell’esagerazione di cui accusano il giornale. Perché, sostengono, si è sbilanciato troppo dalla parte israeliana. Ma Newsweek ha solamente riportato dati oggettivi: attacchi a proprietà ebraiche e attacchi personali a ebrei. Ma sembra che comunque questo non basti. L’articolo inoltre citava anche un’analisi fatta dall’UE nel 2013, che dimostra come quasi il 30% degli ebrei europei stesse considerando l’ipotesi di andarsene dal Continente proprio per il timore di questa situazione. Secondo questa ricerca “gli ebrei devono vedersela quasi quotidianamente con insulti, discriminazioni e violenze fisiche, nonostante gli sforzi dell’UE e dei paesi membri per evitare il riemergere di politiche di questo tipo”. Assan spiega comunque un altro lato della faccenda. «Ho calcolato che si tratta solamente di una piccola percentuale quella che effettivamente se ne va. È come se volessero avere una carta di sicurezza, un’opzione». Il fenomeno inoltre non contraddice quanto detto da Newsweek circa “Exodus”. «In Europa gli ebrei si sentono insicuri, e vogliono una via di fuga, qui anche, gli ebrei sentono insicurezza e cercano una strada alternativa».

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.