Esteri

Nella guerra in Iraq a rimetterci sono i Cristiani

Massacri feroci di persone di diversa religione nella zona e Hanin al Qadu che il capo del Consiglio delle Minoranze irachene ha descritto come un genocidio organizzato contro di loro

Nella guerra che sta dilaniando l’Iraq non sono solamente i Sunniti e gli Sciiti a farne le spese, ma anche le minoranze, come i cristiani. Durante gli scontri recenti, molte delle zone cristiane del paese sono finite sotto il controllo dell’ISIS, conosciuto molto bene per il suo radicalismo religioso e la sua poca inclinazione al dialogo con minoranze religiose finite sotto il suo controllo. Le popolazioni che vivono sotto le bandiere dell’ISIS sono molte, tra queste gli Yazidis, gli Shabak, che sono molto vicini allo sciismo. Molte di queste vivono sugli altipiani di Ninive. Nella zona nord est di Mosul. In più a complicare la situazione ci sono i turkmeni sciiti vivono nella città di Tal Afar, a 70 kilometri dalla zona nord ovest di Mosul. Tutte queste minoranze inoltre vivono in zone diverse della stessa città di Mosul. Da principio, dopo aver preso il controllo della zona, i militanti dell’ISIS non si sono fatti molti problemi con queste popolazioni. Velocemente le cose sono cambiate. Quando la regione è finita tutta sotto il controllo dell’ISIS e della sua religione totalizzante, che aspira a imporre la sua visione delle cose anche alle altre minoranze, le cose sono peggiorate. Ma la cosa che più ha atterrito queste popolazioni è stata la nomina del Califfato Islamico. Sono freschi alcuni rapporti che rivelano di massacri feroci di persone di diversa religione nella zona e Hanin al Qadu, capo del Consiglio delle Minoranze irachene ha descritto come un genocidio organizzato contro di loro. I guerriglieri dell’ISIS non si fanno scrupoli nell’utilizzo di mezzi di diffusione di massa anche per incutere terrore. Sono stati postati video che dimostrano l’arresto di centinaia di persone di diversa religione, specialmente Yasidis e Sciiti, e la loro esecuzioni di massa. Il sito Al-Monitor, sito che controlla le condizioni delle minoranze nelle regioni, ha contattato un leader di queste minoranze in Ad Kosh, a 45 miglia da Mosul, per capire la situazione. Ma la fonte ha continuato a insistere di non voler essere identificata per paura di ritorsioni contro di sé e la famiglia. La fonte ha dichiarato che dopo la proclamazione del Califfato sono arrivate le minacce di “estinzione” da parte dei militanti, cosa che l’ISIS ha cominciato tristemente a mettere in pratica, inclusa anche la ben nota pratica della deportazione di tutti gli aderenti alle altre minoranze, compresi cristiani, Yazidisi e Shabak, allontanati di forza dai lori dipartimenti di Mosul. L’ISIS inoltre, per contribuire a restare nel solco della tradizione più ortodossa dell’Islamismo radicale ha consentito ai rimasti di convertirsi o di pagare la Jiyza in cambio di protezione. Tutte le case di proprietà dei cristiani, degli Shabak o Yazidis fuggiti per paura sono stati espropriate. Facendo venire meno il diritto di proprietà privata, base di ogni Stato civile. Secondo alcuni rapporti almeno due terzi dei cristiani sono scappati da Ninive. Adesso le minoranze non sono più autorizzate a fare ritorno, perché le loro vite sarebbero solamente minacciate. L’ISIS ha rimpiazzato le croci delle chiese con la sua bandiera, e ha ordinato di rimuovere qualsiasi simbolo non islamico da tutti i posti pubblici. Si sono verificati molti rapimenti, incluso quello di due suore e di tre orfani sotto la loro supervisione. Non c’è solo la paura di girare liberamente, o il rischio per le donne cristiane di essere costantemente sottoposte a uno stupro punitivo, ma c’è anche l’ordine per le donne di non poter più lavorare e di poter girare solamente se accompagnate. Padre Amira Jaji, vicario della provincia per i Domenicani nel mondo arabo e membro del Consiglio Pontificio per il dialogo interreligioso in Vaticano parlando con Al-Monitor, ha dichiarato che queste minoranze soffrono di un assoluto disinteresse da parte del mondo politico, e mancano di qualsiasi protezione. Così facendo, dichiara, il genocidio è alle porte. Ha aggiunto che le minoranze sono utilizzate anche come capro espiatorio rispetto a buona parte dei conflitti regionali, diventando anche vittime collaterali di buona parte di tutti i conflitti di larghe dimensioni. La grande diversità religiosità e nazionalista rende tutto ovviamente più complicato. Nessuna sembra in grado di fare gruppo. Quindi tutte si espongono a rischi peggiori. Uno degli esempi più illuminanti di questa politica suicida sono gli Shabak,  che sono affiliati a una comunità sciita, e molto vicini alla cultura curda. Se perdessero questi appoggi loro sarebbero alla merce di entrambe le ex protezioni di cui godono. Per ora queste popolazioni hanno solamente due opzioni. Restare così come sono, quindi andare lentamente verso l’annientamento, oppure essere annesse all’Iraq Kurdistan, il che significa tornare indietro di mille anni, comunque restando nella trincea del conflitto. A meno che le Nazioni Unite non si diano, finalmente da fare, creando una zona cuscinetto dove poterle inserire per evitare il massacro finale.

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