Diceva Sir Winston Churchill, un signore che ha difeso la libertà e la dignità dell'Inghilterra nel momento più difficile, l'attacco nazista, i bombardamenti aerei e la II guerra mondiale, che gli piacevano «gli italiani perché vanno alla guerra come fosse una partita di calcio e vanno a una partita di calcio come fosse la guerra...». Al netto dell'humour anglosassone, oggi pare difficile dargli torto. Intendendo per italiani le élite, le classi dirigenti che devono risolvere le beghe internazionali e tenere alta la dignità della nazione. Prendiamo la vicenda dei nostri due marò prigionieri da oltre due anni, in India, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. E inquadriamo con lo zoom il gioco della comunicazione, ovvero le strategie mediatiche diplomatiche utilizzate e messe in campo dall'Italia nelle varie fasi. Beh, par di essere al «Processo del lunedì», con tutto e il contrario di tutto che vien detto (e poi contraddetto) senza una vera e propria convinzione sul profilo comunicativo da dare alla vicenda sino ad arrivare alla sua soluzione. In principio sulla vicenda dei nostri due fucilieri di Marina si è chiesto «silenzio», nell'intento di imprimere un «basso profilo» per cercare di risolvere il caso per via diplomatica. Visti i risultati di questa strategia, praticamente disastrosi, via con il primo cambio. Passare alla fase del «tenere alto il livello di attenzione» per avere una «pressione mediatica» sulle autorità indiane e la seconda opzione. Una fase, questa, interpretata con troppa timidezza e salvo il nostro giornale (e passateci l'autocitazione) che ha insistito e prosegue la propria campagna, quanta timidezza in giro da parte delle nostre élite. L'India è un paese forte, in continua crescita, dove il mondo (e l'Occidente) ha forti interessi e dove a breve si voterà pure per le elezioni. La pressione, in considerazione di tutto questo, se si decide di esercitarla allora bisogna farlo seriamente, con forza e con insistenza. Guanti di piombo, non di velluto. Anche questa seconda fase comunicativa interpretata dall'Italia con poca convinzione ha finito quindi con l'ammosciarsi. Ecco allora, il ricomincio da tre: la parola d'ordine muta e diventa «internazionalizzazione del caso». Ovvio che, sempre in considerazione del peso politico ed economico dell'India, internazionalizzare il caso avrebbe richiesto una durezza ed un rigore di pietra. Per portare i nostri due marò davanti ad un tribunale non indiano, e quindi fuori dall'India, la nostra classe politica e diplomatica ogni santo giorno avrebbe dovuto martellare sull'India e le sue storture nel diritto, sulla brutta classifica nelle graduatorie della libertà di informazione, sulle garanzie ad un giusto processo cui ogni cittadino ha diritto. Sulla violazione del diritto internazionale. Ed invece no, anche in questa terza strategia poca convinzione, mancanza di forza, mollezza. Ora, pochi giorni fa, siamo arrivati al quarto comandamento comunicativo, pronunciato dal ministro della Difesa Roberta Pinotti: «Deve parlare una persona sola», ha detto. Per carità, sperimentiamo pure questa quarta di strategie, una opzione per voce sola. Ma facciamolo con tre accorgimenti. Il primo, misuriamo la nostra comunicazione in base ai risultati. Ci sono da liberare e riportare in Italia due nostri ragazzi, poche parole dunque e molti fatti, la politica non può essere un master in comunicazione, fatto di pura teoria e di niente pratica. Secondo, stiamo attenti che la nostra linea mediatica da una voce sola non diventi una voce sòla (come dicono a Roma) perché ne usciremmo tutti, come nazione, avviliti e con perdita di prestigio internazionale. Terzo, dopo oltre due anni, non si deve sbagliare più e si deve avere il coraggio di essere duri con l'India. Le strategie di «guerra» esistono anche nella comunicazione e gli indiani cosa hanno usato, verso i nostri marò se non una comunicazione da nemico ed ostile? Bene, il linguaggio in politica e in diplomazia è importante. Se non vogliamo dare ragione a Churchill ed alla nostra confusione tra una partita di calcio ed una guerra (seppure in questo caso diplomatica) bisogna schiarirsi le idee. Forse in questo può aiutare leggersi (o rileggersi per chi già lo conoscesse) David Frost, scrittore e giornalista inglese famoso per aver intervistato Richard Nixon dopo lo scandalo Watergate: «La diplomazia - ripeteva - è l'arte di permettere ad un altro di fare a modo tuo». Sarebbe arrivata l'ora di impararlo questo comandamento e soprattutto di metterlo in pratica, liberando e riportando in Italia Massimiliano e Salvatore.
Marò, Quelle troppe giravolte con l’India nella strategia comunicativa
Prima la logica della "pressione mediatica", poi la "internazionalizzazione del caso". Ora il ministro della Difesa Pinotti dice: «Deve parlare una persona sola»,
