La politica estera italiana sembra essere ripiegata su se stessa e subire solo umiliazioni. Gli esempi abbondano; l’inaudito trattamento al quale le «autorità» indiane stanno sottoponendo i nostri Marò è solo l’ultimo esempio. Ce ne parla Gianni De Michelis, politico di lungo corso, più volte ministro in un’altra stagione di leadership decisionista e giovane, che ha percorso momenti cruciali della storia recente. Negli ultimi tempi vi sono state alcune manifestazioni eclatanti dello scarso peso politico dell’Italia all’estero, tra cui spicca la questione dei Marò. Qual è la sua opinione in proposito? «Lì è stato fatto un errore da parte italiana perché, innanzitutto non sono state definite con precisione le regole di ingaggio. Nel primo incidente l’armatore ha ordinato al capitano della nave di portare la nave nel porto di Kochi, nel Kerala. Le regole di ingaggio non chiarivano se la nave fosse o non fosse subalterna ai comandi militari nazionali. Da questa ambiguità non risolta è scaturita tutta la vicenda. Un altro errore è stato compiuto quando li abbiamo fatti tornare in Italia perché nessuno ha pensato che si potevano far arrestare i marò dalla magistratura, civile o militare, creando un conflitto di giurisdizioni. Si sarebbe così trovato il modo di trattenerli in Italia superando il problema dell’impegno dell’ambasciatore». Crede che la vicenda dei Marò abbia dei punti in comune con quella di Cesare Battisti in Brasile? «Il caso di Battisti in Brasile e il caso dei Marò in India derivano dal fatto che l’Italia - soprattutto le élite - non hanno compreso il cambio di configurazione del mondo. Noi pensiamo che il Brasile e l’India si collochino ancora nell’ambito del sistema bipolare ai tempi della Guerra Fredda. Ad esempio, mentre allora Battisti è rimasto in Francia per circa quindici anni e nessuno di noi ha pensato di dichiarare guerra né prima a Mitterand, né poi a Chirac, quando Battisti s’è spostato in Brasile ci siamo adontati oltremisura. Non ci rendiamo conto del fatto che il Brasile e l’India di ieri non sono più quelli di oggi e che la configurazione del mondo è irreversibilmente cambiata». Durante il periodo in cui fu ministro, la politica estera italiana è stata molto attiva ed autonoma rispetto ad oggi, soprattutto nell’ambito del Mediterraneo e dell’Europa. Mutatis mutandis, quali pensa siano le motivazioni di tale cambiamento? «Sicuramente noi eravamo molto più autorevoli, ma per una ragione oggettiva, perché, come la Germania, anche il nostro Paese era sul crinale, lungo la Cortina di ferro, e quindi, da questo punto di vista, l’interesse per esempio degli Stati Uniti e della NATO era molto concentrata sul ruolo dell’Italia, mentre invece, vent’anni dopo, in quella che io chiamo “la nuova configurazione del mondo”, non c’è una ragione oggettiva di importanza dell’Italia». Veniamo alla “rivoluzione Renzi”. Ho letto in una sua intervista un interessante parallelo tra Craxi (e Martelli) e il Matteo nazionale, sia per età che per attivismo. Secondo Lei, su quali direttrici di fondo il nuovo Presidente del Consiglio dovrebbe orientarsi in politica estera? «Il problema principale di Matteo Renzi (verso l’esterno) è il rapporto con l’Europa. Dovrebbe capire che non è tanto il fatto di essere filoeuropei o meno, quanto che per essere filoeuropei i negoziati UE devono essere condotti con molta durezza. Ricordo che quando facevo il Ministro degli Esteri abbiamo sfruttato fino in fondo tutti gli spazi di negoziato e le opportunità disponibili. Non avremmo mai accettato di subire le regole tedesche - il “Fiscal Compact”, il “Six Pack” etc. né di cambiare la Costituzione così rapidamente senza una adeguata riflessione».
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L’ex ministro degli Esteri della prima Repubblica analizza la vicenda dei due fucilieri di Marina prigionieri in India»
