Esteri

Hanno capito che sono marò

Il governo indiano: non processateli con il Sua Act Ma dopo due anni i giudici rimandano ancora

Gli indiani hanno capito che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono due marò. Non sono terroristi, non sono pirati e non sono nemmeno due guitti travestiti da Rambo con il grilletto facile. Sono invece due militari del primo Reggimento San Marco, un antico e blasonato corpo d’élite della Repubblica Italiana, che sono partiti due anni fa dall’Italia in missione internazionale antipirateria. Ci sono voluti, appunto, due anni ma alla fine le autorità indiane l’hanno capito. Ieri a New Delhi, dopo ventisei rinvii, si è celebrata un’udienza fondamentale davanti alla Corte suprema che si è aperta proprio con la consegna al più alto ente giuridico indiano del parere scritto del ministero della Giustizia, secondo il quale i due soldati non possono essere giudicati con la legge speciale antiterrorismo e antipirateria. La difesa dei due militari aveva più volte chiarito con decisione che l’utilizzo del Sua Act sarebbe equivalso a considerare l’Italia uno Stato terrorista. Raggiunto questo fondamentale obiettivo resta però la richiesta della pubblica accusa che a formulare i capi d'accusa sia la National Investigative Agency, la polizia federale antiterrorismo istituita nel 2009. L’avvocato dei marò, Mukul Rohatgi, ha obiettato che è impossibile attribuire la giurisdizione a una polizia antiterrorismo fuori dal quadro della legge antiterrorismo. Comunque il procuratore generale della Corte suprema indiana, G. E. Vahanvati, ha informato che il governo ha accettato il parere del ministero della Giustizia. Insomma i marò sono marò e non terroristi. A questo punto, ieri, il giudice ha chiesto alla difesa di presentare entro una settimana le motivazioni del suo rifiuto di un coinvolgimento della Nia e da quel momento l’accusa avrà una ulteriore settimana per mettere a punto la sua linea. La giustizia indiana ha bisogno perciò di altre due settimane per decidere il «come» trattare la vicenda dei due soldati italiani. La Corte suprema ha dato appuntamento a tutti al 7 marzo, comunque per la difesa la rinuncia al Sua Act da parte indiana rappresenta «un primo passo». Anche se ora si profilerebbe un’accusa in base alle leggi ordinarie. L’affidavit del ministero della Giustizia, che era stato richiesto al governo indiano dalla stessa Corte suprema la scorsa settimana, è un documeto articolato in sei paragrafi. Spiega che la legge antipirateria del 2002 «non si applica» al caso della morte dei due pescatori indiani uccisi al largo del Kerala nel febbraio 2012. Di questa uccisione, le cui modalità dopo due anni non sono state ancora chiarite, sono stati accusati i due militari italiani in servizio antipirateria. Il documento non fa comunque alcun riferimento alla richiesta avanzata dal procuratore indiano che a formulare i capi d’accusa sia la Nia, la polizia antiterrorismo istituita nel 2009. Domenico Rossi, capogruppo dei popolari per l’Italia in commissione Difesa della Camera, già sottocapo di Stato Maggiore dell'Esercito, ha commentato che «l’ennesimo rinvio di due settimane da parte della Corte Suprema indiana, sul caso dei nostri marò, dimostra che il governo di New Delhi è sempre più impantanato e in evidente difficoltà, nel gestire le principali norme del Diritto Internazionale». L’ex militare ha aggiunto che «per uscire a testa alta da questo assurdo balletto, che tra l'altro sta deteriorando i rapporti tra i due Paesi, credo che l’India debba seriamente pensare ad attivare un arbitrato internazionale che metta finalmente chiarezza sul caso». Questa è infatti l’intenzione del pool di difensori che fa capo all’inviato speciale del governo, Staffan de Mistura: portare la vicenda in ambito internazionale perché i due militari italiani, se devono essere giudicati, lo siano in base alle convenzioni internazionali.

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