Esteri

Primavera araba appassita in un’estate di sangue

L’Italia Con il ministro Bonino può essere leader nel gestire un tentativo di pacificazione nell’area

I fiori della Primavera araba sono appassiti nella torrida estate di sangue che da Tunisi a Damasco, passando per Il Cairo, sono stati calpestasti con la speranza e i sogni di cambiamento degli scontri fratricidi. La fine dei regimi in Medio Oriente è coincisa con l’ascesa, ratificata dal voto democratico, dei movimenti più intransigenti e ispirati all’ideologia di stretta osservanza coranica, ma ben radicati nel territorio. Uno scenario già visto in passato. Negli anni novanta in Algeria, il Partito islamico vinse elezioni corrette ma il risultato, poco gradito all’Occidente, Francia in particolare, portò al colpo di stato dei militari che provocò oltre dieci anni di guerra civile. Anni roventi dove il Gis, gruppo islamico di salvezza esportò la guerra in Francia ed Europa. Bombe a Parigi, basi logistiche dei terroristi in Italia, Belgio e Germania. Cellule che ben presto furono assorbite nella galassia di Al Qaeda e come tali continuano a rappresentare un pericolo oltre i confini del Maghreb. E quello che oggi si teme accada in Egitto. I Fratelli musulmani in passato avevano una struttura militare così ben organizzata da riuscire a colpire e uccidere il presidente Sadat in uno spettacolare attentato. Con la caduta di Mubarak e l’uscita dalla clandestinità i Fratelli musulmani hanno sfruttato la loro rete di solidarietà e sono riusciti a vincere le elezioni. Come era avvenuto in Tunisia con il partito islamista Ennhada o ancora prima a Gaza con Hamas. Elezioni corrette secondo gli organismi internazionali. Poi, però, per poco duttilità politica e per assenza di pragmatismo, la Fratellanza ha preferito perseguire un programma estremistico escludendo le minoranze e soprattutto tentando di cancellare la laicità e il rispetto per le minoranze che, da Nasser in avanti, avevano consentito all’Egitto di progredire. Ora la Terra dei Faraoni è su l’orlo della guerra civile. Un eufemismo, perché di fatto le chiese bruciate, i corpo a corpo tra islamismi e e forze di sicurezza raccontano di una in stato avanzato. I Fratelli musulmani hanno ripristinato la loro struttura militare il cui comando operativo è a Gaza ospite di Hamas. E possono contare sull’appoggio di un vecchio adepto, Ayman al Zawahiri, ora ai vertici di Al Qaeda, l’organizzazione terroristica più temuta. Una vittoria degli estremisti favorita proprio dagli ultimi eventi drammatici. Pochi giorni fa, dopo i primi scontri, i giovani del partito della Fratellanza avevano raccolto firme nella moschea di Raba el Adawiya per deporre i capi della Fratellanza e nominarne di nuovi meno intransigenti verso la trattativa con i militari. Tutto è saltato. Del resto rivolta la democrazia voluta dalle Primavere arabe e partorita dal voto non è quello che i giovani e molta parte della popolazione auspicavano. Così come la giovane tunisina Amina che appena ieri ha provocatoriamente postato sul web una sua foto a seno nudo dove campeggia la scritta, rivolta ai Partiti islamismi . Concetto che non può non condividersi. La destabilizzazione dell’Egitto vuol dire mettere in pericolo l’esistenza di Israele. Nel frattempo quanto accade a Il Caio ha portato a una crisi di governo in Marocco dove il partito che si richiama ai Fratelli musulmani ha tolto il sostegno al governo. E le esplosioni delle autobomba a Beirut rappresentano un futuro a tinte fosche. In Libano è l’ora delle vendette. I sunniti, molti vicini ai qaedisti compiono la loro vendetta contro Hezbollah doppiamente colpevoli per essere alleati del siriano Assad e sciiti, considerati eretici da Al Qaeda. La Siria resta un vulcano attivo dove stragi e massacri vengono alimentati da una propaganda che sfrutta immagini e social network per influenzare il mondo. E in questo clima si materializzano le contrastanti notizie sulla sorte del gesuita romano padre Paolo Dell’Oglio. Non meno precari gli equilibri in Libia a due anni dalla fine di Gheddafi. In questo scenario emerge la forza degli estremismi e l’inefficienza della politica estera europea e americana. Errori di valutazioni. Ignoranza sui protagonisti che si affacciavano sul proscenio di questi Paesi in cerca di riscatto, hanno condotto le Cancellerie occidentali a non riuscire a avere interlocutori ma persino strategie per affrontare la situazione. Si sente la mancanza di un Lawrence d’Arabia in grado di capire e coagulare le diverse anime che da sempre convivono in Medio Oriente. L’Europa oggi riunisce i suoi esperti diplomatici e l’Italia può giocare su pedine di alto valore. Il ministro degli Esteri Emma Bonino, oltre a essere un politico pragmatico e di grande esperienza ha una profonda conoscenza del mondo arabo e dell’Egitto che altri in Europa non hanno. Parla l’arabo, imparato proprio a Il Cairo, dove ha vissuto, e negli anni si è sempre interessata di diritti civili nei Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. E allora l’Italia può essere leader nel gestire un tentativo di pacificazione nell’area. Nell’interesse nazionale e internazionale. Un’eventuale collasso dell’Egitto porterebbe a un esodo di massa di profughi verso le nostre coste. Senza escludere la possibilità che molti egiziani fedeli del presidente Morsi possano aderire alle milizie qeadiste. Il futuro del Mediterraneo è quanto mai incerto.

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