e midterm Usa si avvicinano. L’election day è martedì 3 novembre, anche se in molti stati le urne sono già aperte per l’early voting e il contestatissimo voto postale. Si vota per il rinnovo dell’intera Camera (435 seggi), di un terzo del Senato (33 seggi su 100 più due suppletive), e per i governatori in 36 stati e 3 territori, oltre al rinnovo di diverse assemblee legislative statali.
I sondaggi delineano un quadro decisamente fosco peri Repubblicani e il presidente Trump, che rischiano una sconfitta bruciante. Secondo Decision Desk HQ, i Democratici hanno il 77% di probabilità di conquistare la Camera, con una proiezione di 235 seggi contro 200. Minorile possibilità che conquistino anche il Senato: il 56%, con una maggioranza di 51 seggi a 49. Polymarket, il sito di mercato predittivo che si basa sulle scommesse, attribuisce ai Demil91% di probabilità di conquistare la Camera e il 64% di strappare anche il Senato.Una premessa è d’obbligo.
È piuttosto fisiologico che alle midterm il partito che occupa la Casa Bianca abbia maggiori difficoltà e vada incontro ad una sconfitta, almeno alla Camera. Dal 1934 solo tre presidenti hanno guadagnato seggi alla Camera nelle elezioni di metà mandato: Franklin D.Roosevelt (1934), Bill Clinton (1998) e George W. Bush (2002, subito dopo l’11 Settembre). Nel 2018, a metà del suo primo mandato, Trump perse 41 seggi alla Camera, guadagnandone però due al Senato. Si tratterà dunque di valutare l’entità della sconfitta, se l’attesa “onda blu” rientrerà nella norma o sarà uno tsunami. Il discrimine è il Senato: i Dem devono strappare quattro seggi per conquistarlo, ma se i Repubblicani dovessero riuscire a mantenerne il controllo potranno “cantare pareggio”.
E sarebbe già molto, vistele prospettive della vigilia. Ricordiamo che in caso di parità, 50-50, i Repubblicani manterrebbero il controllo grazie al voto decisivo del vicepresidente Vance. L’attenzione si concentra dunque sugli otto seggi in bilico al Senato, sei uscenti repubblicani (Texas, Alaska, Ohio, Iowa, Maine, Kansas) e due democratici (Michigan e Minnesota). Sarebbe uno choc per il Gop perdere il Texas, dove i Dem non eleggono un senatore da ben 38 anni. Qui James Talarico sarebbe in vantaggio sul trumpiano Ken Paxton. Per Marist il distacco si sarebberidottoda6a2solipuntipercentuali (47 a 45%), mentre Quantus dà il repubblicano di poco avanti. Forse non già in queste midterm, mail destino del Texas, da stato rosso a stato blu o perlomeno conteso, pare segnato. Per motivi demografici più che politici. Il buon governo e le tasse basse hanno attirato famiglie e imprese in fuga dalle grandi città californiane. Molte Big Tech, da Tesla ad Apple, hanno spostato qui sedi centrali e operative, le “Silicon Hills” di Austin sono diventate il più importante hub tecnologico Usa.
Una migrazione interna che però elettoralmente rischia di premiare i Dem, un vero paradosso. Possibili sorprese a favore dei Repubblicani potrebbero arrivare da Maine, Michigan e Minnesota, compensando eventuali sconfitte in Alaska o Texas. Sul voto pesa come sempre la situazione economica: se crescita, occupazione e Wall Street, così come i tagli alle tasse, sorridono al presidente, il prezzo del diesel, quindi l’inflazione, pesa come un macigno. Trump ne è consapevole e l’accordo con Putin sul gasolio valetto proprio in chiave interna. Non avrà effetti immediati sul prezzo alla pompa, ma il messaggio all’elettorato è che se ne sta occupando e la crisi è in via di risoluzione, a breve i prezzi scenderanno.
Basterà? A frenare i Dem invece potrebbero essere alcuni candidati troppo radicali, come il socialista musulmano El Sayed in Michigan. L’interrogativo di queste ore riguarda, come da tradizione, i sondaggi. Si riveleranno accurati? I Repubblicani ripongono le loro speranze nella sottostima dei propri elettori. Il lavoro dei sondaggisti si è complicato da quando i telefoni fissi sono praticamente scomparsi. Chi risponde al mobile, o alle email? Gli elettori di sinistra più di quelli di destra, sembra, e allora l’abilità del sondaggista sta tutta nella “correzione” del suo campione.
Se anche uno solo dei due rami del Congresso dovesse passare sotto il controllo Dem gli effetti sulla legislazione non saranno trascurabili. Trump incontrerebbe ancora più ostacoli aportare avanti la sua agenda e i Dem avrebbero maggiori poteri di inchiesta.Da non escludere l’avvio di procedimenti di impeachment, anche se molto improbabile che arrivino a conclusione. Ma Trump non è un presidente che lavora con il Congresso, né si sente vincolato da calcoli politici, non avendo nemmeno il problema della rielezione. Andrà avanti perla sua strada. Insomma, chipensa–a partire dagli iraniani, per proseguire con gli europei – che una sconfitta ridurrà Trump a più miti consigli, si illude. L’esito di queste midterm ci dirà molto, piuttosto, dello stato di salute del trumpismo e del movimento MAGA.
