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La paura fa tremare le borse

La paura di un possibile pandemia generata dal coronavirus in Cina arriva anche sui mercati finanziari. Nelle borse europee e a Wall Street la giornata si è chiusa con cali pesanti di tutti i comparti. Soprattutto quelli industriali visto che il primo effetto della diffusione della malattia sarà la diminuzione degli scambi commerciali tra Pechino e il resto del mondo.
E così ieri si sono contati morti e feriti nelle piazze azionarie di tutto il mondo. Il ciclone è partito dall’Asia, dove però le borse cinesi erano chiuse per le festività del Capodanno. Ha iniziato Tokio che ha lasciato sul terreno più del 2%. Perdite anche superiori nel pomeriggio in Europa. Il bollettino di guerra ha registrato un -2,68% a Parigi, il Dax di Francoforte è andato giù del 2,74% a 13.204 punti, Il Ftse100 di Londra è andato giù del 2,29% a 7.412 punti. A Madrid l’indice Ibex ha lasciato il 2,05% a 9.366,3 punti. Mentre a Milano il Mib ha lasciato sul terreno il 2,31% a 23.416 punti. In tutto 208 miliardi bruciati in una sola seduta. Pesante anche la situazione a Wall Street che ha aperto in netto calo con il Dow Jones sotto di oltre un punto e mezzo. In Europa a perdere di più sono state principalmente le compagnie aeree (-4,4%) con i timori di una riduzione di passeggeri diretti o in partenza dalla Cina. Segno meno anche per il lusso (-3,5%) sulla prospettiva di una forte contrazione delle vendite nei mercati più promettenti in termini di fatturato e, marcia indietro, anche per il settore automotive (-3%) con la paralisi del comparto perché Wuhan, luogo nel quale è apparso per la prima volta il virus, rappresenta il distretto principale del settore.

Per approfondire leggi anche: Il coronavirus arriva in Germania


A far salire la febbre agli investitori una serie di ragioni. Le prime più legate alle contingenze e dunque al fatto che il blocco della circolazione per 80 milioni di persone durante il Capodanno cinese possa influire sui consumi e azzoppare una parte del prodotto interno lordo del Paese. Ma il timore nei ragionamenti degli analisti si estende anche al medio termine. La Cina rappresenta oggi sia la fabbrica del mondo, con una delle più grandi capacità manifatturiere, ma anche uno dei più importanti sviluppatori di nuove tecnologie. Una frenata della sua produzione, imposta da un cordone sanitario per fermare l’epidemia, può di fatto far mancare un pezzo di ricchezza importante all’intero mondo nel 2020.
E la perdita non si fermerebbe solo alla produzione ma sarebbe estesa anche agli scambi commerciali, già in forte tensione per la vicenda di dazi con gli Usa. Nel corso dell’anno appena chiuso uno dei principali freni dei mercati è stato proprio il contenzioso sulle tariffe tra Washington e Pechino. Scambi che ora potrebbero bruscamente frenare. Difficile immaginare, oggi, che le aziende che hanno relazioni con l’Asia mettano in cantiere missioni di business in un momento di tale incertezza. Chi le ha pianificate, visto l’allarme alzato dall’Organizzazione mondiale della Sanità, probabilmente le rinvierà a data da destinarsi. Mentre chi le stava immaginando le metterà nel cassetto in attesa di tempi migliori. Con un risultato unico: le relazioni commerciali che svaniscono sottraggono pezzi di crescita all’intero pianeta. A vedere il bicchiere mezzo pieno è possibile che a questo punto il contagio acceleri la pace tra le sponde del Pacifico e, infatti, proprio ieri Donald Trump ha offerto a Xi Jinping «ogni aiuto necessario». Un disgelo nei rapporti che nel caso l’epidemia finisca potrebbe mettere in moto un’accelerazione ancora più forte della cooperazione e della crescita tra i due Paesi. Con ricadute positive per tutti.
Intanto però l’effetto Cina ha presentato il conto anche sui mercati petroliferi e sull’oro. La crisi ha scatenato acquisti sul bene rifugio per eccellenza con i futures sul metallo prezioso saliti di mezzo punto percentuale. Gli investitori che hanno cuore di coniglio e gambe di lepre sono scappati velocemente dal rischio verso gli asset considerati più sicuri. E i timori sulle conseguenze che il diffondersi del virus potrebbe avere non solo sull’economia cinese ma su quella di tutto il mondo affossano anche le quotazioni del petrolio con il Wti che scende poco sopra i 50 dollari, mentre il Brent scivola sotto la quota dei 60 dollari a barile. A guadagnare sono stati solo i bond governativi, con tutti i titoli di Stato, dal Vecchio Continente, al Giappone agli Usa che hanno visto i propri rendimenti calare. I Btp italiani e i titoli di stato greci sono stati quelli più acquistati, grazie anche all’esito delle elezioni italiane e al rialzo del rating di Atene da parte di Fitch.

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