Sette miliardi di fondi europei usati in maniera più flessibile e con un unico fine: abbassare le tasse sul lavoro in tutta Italia. È il piano che il governo sta mettendo a punto su input del ministro della Coesione territoriale, Carlo Trigilia, e che può creare margini di liquidità ampi per rendere effettivamente incisivo un intervento fiscale. Un’ipotesi che starebbe per arrivare in maniera articolata sul tavolo del presidente Letta. E che parte dalla considerazione che a questi ritmi, seppure velocizzati da una maggiore efficienza amministrativa, le risorse dei fondi strutturali Ue per il periodo 2007-2013, ancora non spese, rischiano di restare non usate o destinate a interventi inutili per il rilancio. Dei 31 miliardi ancora in ballo, una cifra compresa tra 5 e 7 miliardi rischia infatti o di essere persa oppure impiegata in progetti pensati prima della grande crisi, dunque ormai fuori tempo nell’attuale contesto. Una dote che con una negoziazione senza debolezza a Bruxelles (dove a quel punto gli attributi d’acciaio serviranno allo scopo) può essere stornata per stimolare i consumi. Secondo quanto risulta a Il Tempo i tecnici sono già al lavoro per preparare il dossier che Trigilia ha in parte già annunciato nei giorni scorsi in Sicilia. Sarebbero già pronti, per aprire una corsia preferenziale all’intervento, una serie di correttivi in grado di superare le opposizioni delle regioni cui spetta l’ultima parola sulla gestione delle risorse. In particolare il probabile diniego di quelle meridionali, che si vedrebbero togliere soldi a loro comunque destinati, sarebbe superato con l’impegno del governo a rifondere le risorse perse attingendo al Fondo di Coesione (lo strumento del bilancio pubblico che finanzia le infrastrutture nel Mezzogiorno). Insomma gli enti locali del Sud avrebbero minori assilli per colmare i loro ritardi e, rinunciando temporaneamente a somme già stanziate da Bruxelles difficili da spendere «bene» entro il 2017, guadagnerebbero tempo per portare avanti la costruzione delle infrastrutture senza perdere un solo euro. La liquidità ottenuta andrebbe ad abbassare il cuneo fiscale, scopo assolutamente legittimo visto che rientra negli obiettivi dei fondi strutturali il loro impiego per aumentare la competitività del Paese. Una modalità già usata inizialmente, e poi in maniera eccessiva, dall’Irlanda del boom prima del fallimento della Lehman. Il sì del Sud al piano favorirebbe le condizioni per ottenere semaforo verde anche dalle regioni del Nord, solo in minima parte destinatarie di risorse Ue per lo sviluppo. Le norme europee non consentono, infatti, di creare condizioni di fisco agevolato in una sola area di un Paese. Il governo qualora procedesse con il taglio sarebbe obbligato a farlo in tutte le zone d’Italia, senza distinzione. Risultato: delle risorse Ue beneficerebbe anche il Nord dove la concentrazione di imprese è più elevata. Una strada ardua ma praticabile. Che presenta anche un ulteriore risvolto. Nulla impedisce che la riprogrammazione degli interventi consenta di aumentare il plafond dei 5-7 miliardi. Basterebbe che le opere già programmate, concepite nel 2007 e meno utili oggi, oltreché a rischio di blocco per cavilli legali e ricorsi in agguato, fossero definanziate temporaneamente. Non significa bloccarle ma ripensarle e, nelle more della riprogettazione, usare i fondi risparmiati per abbassare le tasse. Successivamente le regioni potrebbero riottenere gli stessi importi sempre dal fondo di Coesione. Un passaggio che si scontra con le lobby sui territori ma che può aumentare notevolmente l’impatto antirecessivo del piano.
Fondi europei per tagliare le tasse Ecco il piano del governo
I sette miliardi Ue non spesi usati per abbassare il costo del lavoro