Qualcosa si muove nella curva dell’economia italiana. Piatta, anzi con pendenza negativa, da sette trimestri consecutivi. Sono piccoli segnali che non danno la certezza della ripartenza ma che, sommati tra loro, alimentano la speranza che alla fine dell’autunno, come ha preconizzato il Centro studi di Confindustria e ribadito ieri il ministro dell’economia Fabrizio Saccomanni, il segno negativo abbandoni la sua presenza davanti alla cifra del Pil. L’ultima indicazione che infonde un po’ di ottimismo arriva dalla Confesercenti. La sua analisi ha rilevato che tra maggio e giugno sono stati aperti 7 mila nuovi negozi e per la prima volta dal 2012 il saldo tra aperture e chiusure è tornato positivo con un migliaio di serrande alzate in più rispetto a quelle abbassate. Non bisogna ancora cantare vittoria perché dall’inizio dell’anno, la differenza tra negozi chiusi e aperti, continua a essere negativa. In sei mesi sono, infatti, sparite 11.328 attività commerciali, ma il dato è comunque un indice di vitalità del comparto che più ha sofferto la crisi considerato che i consumi degli italiani sono tornati indietro ai livelli di 20 anni fa. Dunque segnali ancora flebili ma comunque registrati. Nel terzo bimestre 2013, secondo l’Osservatorio di Confesercenti, sono nate precisamente 7.546 nuove imprese, 3.532 in più rispetto a marzo e aprile. A rialzare la testa sono stati i negozi e le piccole botteghe al dettaglio sia del settore alimentare (1.191 iscrizioni e 924 cessazioni) sia quelle non legate al cibo (6.355 aperture contro 5.200 chiusure). A pagare invece un conto salato alla crisi resta la moda-abbigliamento, uno dei più colpiti dalla crisi, che ha visto ancora il segno meno, anche se minimo, di 132 unità. Altro dato positivo è che la ripresina degli «spiriti animali» dei piccoli imprenditori ha toccato tutte le aree del Paese, anche se la marcia positiva è stata maggiormente sentita al Nord Italia, con un saldo positivo pari a 1.044 aziende, il 73% di quello complessivo. Ancora al palo, invece Centro e Sud, con variazioni molto piccole: +218 per il Centro e 160 aziende nel Mezzogiorno. A determinare il ritardo di queste due aree dell’Italia il fatto che l’emorragia delle imprese al Centro-Sud (4.908) ha rappresentato circa l'80% delle cancellazioni totali dell’ultimo bimestre. Fin qui il commercio. Ma le percezioni sul fatto che il contesto sia in miglioramento si stanno intensificando anche in altre settori. Uno tra questi è l’industria informatica. Molte aziende del settore fino a solo qualche mese fa invitavano i loro tecnici a guardarsi intorno per cercare nuove opportunità. Non prima di aver avviato copiosi tagli della parte dei salari legati ai risultati di bilancio. Il consiglio era anche di approfittare della pausa estiva per allungare le ferie. Un modo cortese per sgravare i conti economici di ulteriori costi. Poi, quasi improvvisamente, in molte compagnie causa i prodromi della nuova fase del risiko delle compagnie telefoniche europee e il prossimo sbarco nell’Ue di nuovi colossi Usa dell’industria dell’entertainment (i contenuti multimediali ) uno dei quali è Netflix, hanno stimolato i big a pianificare investimenti per non trovarsi impreparati nelle nuove competizioni. Così molti esperti che erano già pronti con i bagagli in mano per cercare nuovi lavori sono stati richiamati, hanno ricevuto i primi incarichi e, in previsione dell’accelerazione del ritmo di investimento, sono stati invitati a portare nelle aziende per colloqui finalizzati a prossime assunzioni tecnici specializza ti da loro conosciuti. Un fermento insomma improvviso ma anche naturale. Salvo una breve parentesi nei primi mesi del 2009 sono circa sei anni, dal giugno 2007, che la crisi finanziaria prima e la sua trasmissione all’economia reale dopo, ha messo in ginocchio le aziende europee e in particolare quelle italiane. C’è un tempo per ogni cosa. Anche per recuperare dal punto più basso. E il momento sembra arrivato. Il sistema italiano in questo è ipereattivo al cambiamento del ciclo. Le aziende rimaste in piedi sono fortissime perché rispetto alle omologhe europee hanno dovuto lottare oltre che contro la crisi anche contro burocrazia e un fisco vorace. Ma a spingere la ripresa c’è anche un cambiamento strutturale nei flussi finanziari in Europa. Oggi lentamente i rendimenti dei Bund tedeschi stanno salendo. Questo perché la paura che salti l’euro è molto minore del passato e i capitali fuggiti verso Berlino nel 2012 stanno ritornando sui titoli di Stato italiani che assicurano ancora rendimenti sopra il 4%. Un riequilibrio maturale che comprimerà lo spread abbassando il costo della provvista delle banche e dello Stato. Un vantaggio che se girato sulle imprese significherà più soldi a prezzi più bassi. Tutti fattori positivi. Per ora. Nelle vele del sistema Italia spira una brezza leggerissima. Può diventare un vento forte. Tutto dipende dalle mosse settembrine del governo. L’aumento dell’Iva, la mancata revisione dell’Imu e nuovi balzelli sull’immobiliare, possono far fermare la barca. Questa volta però definitivamente.
Settemila nuovi negozi tra maggio e giugno
Il saldo tra aperture e chiusure torna in positivo per la prima volta dal 2012. Fermento nel settore hi-tech per lo sbarco di operatori dagli Usa. Lo spread in calo aiuta
