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Draghi parla troppo E i mercati vanno giù

Bce Solo annunci e incertezza per le misure anti-crisi Borse in rosso. Milano brucia 5,7 miliardi. Spread a 285

Draghi parla  troppo E i mercati vanno giù

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Mario Draghi parla ma non decide. Anzi introduce solo incertezza con i «forse» e la possibilità, solo ventilata, di applicare tassi negativi ai depositi delle banche presso la Banca Centrale Europea. Insomma dal consiglio direttivo, che ha lasciato invariato il costo del denaro allo 0,50%, arrivano solo annunci. Che sono più velenosi del curaro per i mercati finanziari alla ricerca di stabilità e fiducia. Così dopo le parole del presidente della Bce le borse sono andate giù a picco. Milano in particolare ha perso il 2,63% e bruciato in un solo giorno 5,7 miliardi di euro.

Stupisce che un uomo di grande competenza ed esperienza come Draghi caschi nei meccanismi distorsivi della comunicazione alla finanza nella quale vige la regola che la parola è d’argento, ma il silenzio è d’oro. Dove il silenzio non coincide con l’inattività ma con la decisione presa seccamente, senza se e senza ma. Gli operatori fanno i conti in quel caso sul deciso e non sulle illazioni. Così non è stato ieri. Non è la prima volta che accade. Basta confrontare i grafici dello spread tra Btp e Bund negli ultimi 6-7 mesi per accorgersi che i picchi del differenziale si abbiano spesso in coincidenza di annunci di modifiche strutturali che poi non vengono eseguite. Ciò che non significa che non debbano essere fatte. Al contrario se necessario si devono mettere in pratica velocemente ma vanno comunicate ai mercati le sole cose fatte. Nient’altro. Altrimenti si perde in un attimo, come ieri, quella fiducia che lentamente si sta ricostruendo sulle macerie. Ma tant’è. Ogni mese durante la tradizionale conferenza successiva al board Bce agli operatori della finanza non resta che incrociare le dita. Ieri a far virare in negativo le aspettative è stata la revisione al ribasso delle stime del pil dell’Eurozona dal -0,5% al -0,6% e il fatto che la ripresa in Europa diventi di giorno in giorno più fragile. Non solo. A deprimere i mercati è stata anche la non decisione della Bce, la sua immobilità e il riservarsi per il futuro le ultime cartucce per stimolare un’economia che deve continuare a fare i conti con il rigore e con banche in difficoltà. Insomma mentre il Giappone inonda il mondo di yen e la Fed non accenna a diminuire le sue politiche monetarie accomodanti, in Europa resta lo status quo. Le Borse hanno reagito male e a Milano le più colpite sono state le banche. Giù anche Londra (-1,30%), Francoforte (-1,19%), Parigi (-0,99%) e Madrid (-0,89%). L’euro invece ha rivisto i massimi da un mese sul dollaro (fino a 1,3265).

Non poteva mancare il ritorno della febbre dello spread soprattutto in Italia e Spagna con i rendimenti dei rispettivi decennali che sono saliti ai massimi da 3 mesi.

La pressione è salita proprio quando la Bce ha certificato la limatura del Pil 2013 dell’Eurozona (a -0,6%) e lasciato nel vago l'opzione di misure non convenzionali, mentre Draghi ha lanciato un chiaro avvertimento ai governi europei chiamandoli in causa come primi responsabili del risanamento delle banche nazionali.

A Piazza Affari sono scattate le vendite sui titoli bancari ed è Mps ad andare a fondo con un calo dell’8,08%. In rosso anche le altre banche: Ubi (-6,16%) e Bper (-5,02%), Banco Popolare (-5,23%), UniCredit (-4,65%) e Intesa Sanpaolo (-4,49%). La fiammata dello spread ha portato il divario tra Btp e Bund a toccare i 285 punti base dai 262 della chiusura di mercoledì scorso. Il tasso del Btp è schizzato in alto di 26 punti base fino al 4,39%. Il differenziale Spagna-Germania si è ampliato a 317 punti base con il tasso del Bonos volato al 4,70% dal 4,42% di mercoledì. Un’escalation impensabile nelle prime ore della giornata quando Madrid aveva fatto il pieno nell’asta di Bonos. A far cadere la fiducia dei mercati è stata la possibilità di tassi negativi per i depositi bancari presso la Eurotower. Un modo per costringere le banche a impiegare i soldi nell’economia reale. Ma che ha un difetto in nuce e cioè il non tener conto che qualcosa non funziona più nella trasmissione degli stimoli monetari. Se le banche comprano il denaro allo 0,50% e nonostante lo prestino all’8 o 9%, il credit crunch persiste, probabilmente è perché i costi per gli istituti continuano a non essere coperti. Per i motivi più svariati tra i quali le sofferenze e gli accantonamenti per contenerle. Servono dunque altri correttivi per rendere efficace il flusso di risorse dalla banche alle imprese. Un esempio: la garanzia dello Stato sui crediti della Pa per renderli scontabili da parte dell’impresa allo sportello. Una misura che solo in extremis è entrata nel decreto approvato dal Senato. Tardi. Perché per pagare i crediti si rischia di accendere altro debito pubblico a tassi più alti per le nuove tensioni sugli spread. Insomma servono meno parole, più fatti e rapidità.

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