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De Gregori e i suoi amici

Il 15 luglio il cantautore sarà alla Cavea, ospite il fratello Luigi Grechi

«Roma? È scomodissima e meravigliosa, ma io ce l’ho nel sangue. Sono romano come lo erano mio padre e mio nonno, non mi scandalizza più niente, mi vivo addosso la città. Una volta avrei indicato le soluzioni per renderla più bella, ora non le so più. Ma lo dico pacatamente».     È sempre la città delle "lucciole sulla Salaria e le zoccole a Via Frattina"? «Ma quelle ci sono ovunque! Il mio verso era il gioco fantastico della reinvenzione della città in chiave letteraria». Se Roma piange, Atene... «Mi dispiace vedere i fratelli greci in difficoltà, le banche chiuse e i soldi negati. Conosco il carattere di quel popolo, vado lì in vacanza ogni volta che posso. Ma anche in questo caso, se avessi dovuto votare non avrei saputo cosa scegliere. Non ho soluzioni per un problema così complesso. Spero solo che se la cavino».     De Gregori, il suo album "Vivavoce" stravende. Vi rivisita successi e se ne riappropria. «È un meccanismo naturale. La musica è fluida, è la coda di un cane in eterno movimento. Non puoi immobilizzarla solo perché ne esiste una versione registrata. Ogni volta che ricanti una canzone sul palco è diversa da prima: per la voce che cambia, la band».     Dylan distrugge le sue perle. Un dispetto al pubblico? «Mah. Io ne apprezzo la sincerità: si vede che ha bisogno di eseguirle in quel modo, e io non pago un biglietto per vedere un artista ridotto alla fotocopia di 40 anni prima solo per compiacere gli altri. Un cantante non è un juke box». I musicisti reinventano, gli scrittori sono condannati alla definitività del testo. Ma lei, Francesco, ha scelto di prestare la voce per un audiolibro, "America" di Kafka, che è un romanzo incompiuto. «E questo finale che non c’è un po’ mi fa incazzare, ma d’altro canto posso immaginare che non sia come quello del "Processo", e che le avventure del giovane protagonista si risolvano per il meglio. Mi diverte declamare gli audiolibri. L’ho già fatto con "Cuore di tenebra" di Conrad».     E lei, De Gregori? Ha un suo romanzo nel cassetto? «Macchè! Sono solo un mediocre lettore, e la narrativa mi piace troppo per provarmi su quel terreno. Comporre canzoni è un altro mestiere».     La vita va come avrebbe voluto? Anche da ragazzino sognava di fare il cantautore o aveva un piano B? «Era già un sogno infantile. Non avrei voluto diventare un calciatore o un politico. Un po’ per caso, per fortuna e forse per talento sono rimasto quel che ero, anche grazie a quella "leva" di cantautori valorizzati negli anni Settanta, quando la discografia era diversa».     A proposito: stasera su Canale 5 parte il Coca-Cola Summer Festival. Lei sarà ospite della terza serata, fra tanti giovani eroi pop. «E io sono nella vecchia guardia che li benedice dall’alto. Ma quando abbiamo registrato ho cantato "Buonanotte fiorellino" e il pubblico mi ha accolto come fossi un rapper. È stato gratificante». Quello era uno dei pezzi di "Rimmel", l’album che 40 anni fa fu stroncato dai critici. «Li perdòno tutti. Era un disco complicato da analizzare, ma il pubblico lo gradì. "Rimmel" era baciato dalla grazia. Lo rieseguirò con amici il 22 settembre a Verona, ma non sarà una riesumazione.     All’Arena suoi ospiti saranno Elisa, Malika Ayane, Caparezza, Fedez, Sangiorgi, Sparagna, L’Orage, Fausto Leali e...Checco Zalone. «Checco mi piace come uomo di cinema. Aldilà del contesto superficiale di evasione, i suoi film hanno una poetica importante, colgono bene il senso di questi tempi. Ed è un grande musicista, anche se questo gli serve per le imitazioni. In "Rimmel" c’è "Piano bar", e io lì ci vedo Zalone».     Così smentirà la leggenda che vuole quella canzone velenosamente dedicata a un vecchio sodale del Folkstudio. «No, era dedicata a un pianista che ascoltai al bar dell’Hilton, a Roma, un giorno che dovevo discutere un contratto discografico che non firmai».     Invece alla Cavea, il 15 luglio, tra gli ospiti, oltre a Sparagna, ci sarà suo fratello Luigi Grechi De Gregori. Non vi si vede spesso insieme. «Però il nostro rapporto è qualitativamente alto. Gigi ha pubblicato ora una raccolta dei suoi brani. Un lavoro importante e bello, gli auguro grande successo».     E Ligabue? Avete ipotizzato un’ospitata reciproca? Lei a Campovolo il 19 settembre e Luciano magari all’Arena? «Per la verità no, poi non credo che nel progetto di Campovolo siano previsti altri artisti. Ma non mancherà occasione. Abbiamo già cantato insieme "Alice" al Forum di Milano e lo rifaremo. Con Liga è facilissimo mischiarsi, tra noi è una colla naturale, ci aiuta la chimica. Come accadeva con Dalla.     Le è capitato, dopo la scomparsa di Lucio, di rivolgersi a lui per chiedergli consigli? «Non lo facevo neppure quand’era vivo. Ma lo studio ora come allora, quando era a un metro da me e mi domandavo cosa cacchio avesse in testa per mettere cinque note di piano proprio in quel punto: nessun altro al mondo l’avrebbe fatto. Ci esploravamo come due animali strani, diversissimi ma legati da un’intensa complicità umana e artistica. Avevamo cominciato a suonicchiare insieme nel ’72 o nel ’73, e ancora oggi mi interrogo sul suo mistero: come gli riuscissero quelle cose geniali che solo lui sapeva fare».

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