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Quel passato scomodo di Grass

Dalle imbarazzanti esperienze giovanili nel Terzo Reich alla scoperta della letteratura e della socialdemocrazia

Il nome polacco è Gdansk ed è una bella città di mezzo milione di abitanti, che si affaccia sul Mar Baltico è ricca di antichi monumenti e di recenti, generose memorie visto che il movimento Solidarnosc, guidato da Lech Valesa, partì da qui, da Danzica, nel settembre del 1980. Il nome tedesco è Danzig e anche la scintilla della Seconda Guerra Mondiale era partita da qui nel settembre del 1939. Perché la Germania rivendicava la città come terra tedesca e la annesse al Terzo Reich. Günter Grass, nato a Danzica nel 1927, a diciassette anni si arruolò nelle Waffen SS: ferito in servizio nel 1945, fu catturato dagli americani e finì in un campo di concentramento in Baviera. Liberato, lavorò per qualche tempo come minatore. Seguono gli interessi artistici, l’impegno nella scultura e nella grafica. Due matrimoni. La scoperta della letteratura e l’esordio «esplosivo» nel 1959 con il romanzo «Il tamburo di latta». Grass diventa un’icona dell’«intellighentsia» europea. Anche perché ce la mette tutta: scrive e scrive all’insegna del progressismo più militante, si mostra sprezzante nei confronti della Germania tronfia e panciuta del «miracolo economico», sposa la causa della sinistra socialdemocratica inneggiando al cancelliere «rosso» Willy Brandt, si consacra alle battaglie pacifiste, lancia appelli contro la proliferazione nucleare, nel 1989 dichiara provocatoriamente (chissà se Andreotti se ne sarà compiaciuto, visto che aveva espresso un’idea analoga...) che di Germanie era meglio che ce ne fossero due perché una Germania unita significa voglia di espansione e di dominio. Ovviamente, è feroce nei confronti dell’imperialismo yankee e se non dice che Israele è uno stato fascista poco ci manca. Ascoltato e ammirato, Grass conquista il Nobel nel 1999, e non è che l’ultimo e il più prestigioso alloro, dopo una sfilza di premi e riconoscimenti. Possibile che l’invidiosa manina di qualche collega sfigato non si intrufoli tra tutti questi successi con una boccetta di veleno? È quel che avviene nel 2006 quando le voci che già circolavano diventano rombo di tuono. Altro che «scorretto» intellettuale di sinistra: Grass è «scorrettissimo», ma perché è stato nazista e non l’ha detto. O meglio non ha mai detto che non è stato il povero soldatino costretto e coscritto dalle bieche SS, ma uno che ha fatto una scelta, un baldo e giovane tedesco nato nella Danzica tornata tedesca, grato alla Croce Uncinata per aver liberato la sua piccola patria e fiero di indossare la prestigiosa divisa del Reich. Grass tituba, ammette a mezza bocca, rilascia interviste, spiega e non spiega, perché l’antifascismo più duro e puro mica si può accontentare delle giusticazioni di un quasi ottantenne aureolato dalla gloria che annaspa con le parole, dicendo: ero così giovane, era così desideroso di avventura... Insomma al nostro Nobel quell’antica simpatia per la swastika e dintorni non può essere perdonata. Günter ha peccato in pensieri, parole, opere e omissioni: come può esibire la patente dell’antinazi tutto d’un pezzo con quei foschi trascorsi? A nostro avviso, avrebbe fatto maggior figura mandando al diavolo gli «indignati» e dicendo francamente: ci ho creduto, per uno, due anni, tutto quello che volete e poi non ci ho creduto più. Forse non sarebbe bastato a chi gli puntava addosso l’indice accusatorio, ma ne avrebbe tratto giovamento la sua dignità di uomo e di intellettuale. Aggiungiamo: di uomo e di intellettuale democratico e progressista che non ha paura delle ombre nere che sbucano dal passato. Uno che, a parte tutte le altre opere nel campo della narrativa, della saggistica e del teatro, ha scritto «Il tamburo di latta», avrebbe dovuto saperlo. Perché il protagonista del suo romanzo - il folgorante e vaticinante Oskar Matzerath, il bambino che si rifiuta di crescere e picchiando sul tamburo di latta bianco e rosso che ha ricevuto in dono, grida al mondo «non mi avrete» - è il simbolo di una denuncia e di un annuncio. Viene denunciata la rimozione che i tedeschi fanno del loro recente passato a colpi di ipocrisia, di perbenismo e di una volontà di razionalizzazione «pratica» che si oppone ai fieri e feroci slanci ideali di pochi anni prima; viene annunciata l’ipotesi, la possibilità di un’«altra» Germania che non si accontenti di grondare di benessere, ma unisca alla consapevolezza storica e alla coscienza critica la fantasia creatrice e il gusto della provocazione e della beffa. Ad Oskar che, a ventotto anni, dopo il trasferimento da Danzica a Düsseldorf, decide di «crescere», spunta una gobba: la stessa che probabilmente spuntò all’ottantenne Günter quando cercò di discolparsi del proprio passato, meglio ancora di camuffarsi e di camuffarlo, anziché dire a muso duro: sì, quel ragazzo nazi ero io, punto e basta.

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