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Il viaggio di Benvegnù nelle «stanze» dell’inquietudine

È un esploratore degli abissi umani. Non a caso il disco del 2011 si intitolava "Hermann", e lì c’era l’ombra di Melville, perso in un mare che ogni cosa contiene e sostiene. Questa nuova, magnifica...

È un esploratore degli abissi umani. Non a caso il disco del 2011 si intitolava "Hermann", e lì c’era l’ombra di Melville, perso in un mare che ogni cosa contiene e sostiene. Questa nuova, magnifica prova di Paolo Benvegnù, "Earth Hotel", mostra dodici "stanze" di rarefatta, ispirata inquietudine artistica. Un album-concept, con ogni brano situato in camere d’albergo disperse in città del pianeta lontane fra loro («dove non sono mai stato, come Salgari le ho solo immaginate», spiega lui), ma unite nella percezione profonda di una ricerca d’amore universale che diventa la chiave per svelare le verità nascoste di Ogni Uomo. Una prova raffinatissima per l’ex leader degli Scisma, ora uno dei migliori cantautori italiani, che stasera con la sua band apre il tour italiano all’Auditorium Parco della Musica. C’è, in "Earth Hotel", una sorta di calma ossessione per la verticalità, un "precipitare" in altri luoghi interiori, magari ideali. «Ci ho messo mesi per far ascoltare queste canzoni ad altri, dopo averle terminate, e per riscoprire il valore degli interlocutori. Ma sto ancora elaborando il senso di questa mia scrittura inconscia e inconsapevole. Dall’inizio avevo solo piazzato la cornice, i posti in cui avveniva il plot narrativo, esterno giorno, interno notte, ma senza sapere bene perché». Nella struggente "Una nuova innocenza", ad esempio, il padre-protagonista si rivolge a una figlia mai vista. «E man mano scopro che dei molti ruoli della storia io mi rifletto nell’impossibilità di essere madre, dunque mi limito a creare qualcosa che non è carne. Come un apprendista stregone. O come Michelangelo che martellava la scultura che non prendeva vita». C’è un brano dedicato a "Stefan Zweig": «Che fece la stessa fine, da vittima, del carnefice Hitler. Quattro giorni prima di suicidarsi con la sua compagna aveva dato alle stampe la "Novella degli scacchi" e poi si era predisposto alla resa vitale, romantica, della sua anima oppressa dal nazismo». Da due anni il milanese di nascita Benvegnù ha scelto il buen retiro umbro di Città di Castello: «E per combinazione abito nella via in cui per un certo periodo visse Raffaello. Esco di strada e vedo un orizzonte ampio, che mi allarga lo spirito, mi apre lo sguardo. Capisco cosa ispirò i capolavori del Rinascimento. Un giorno ho visto le nuvole in cielo, tagliate nell’estremità inferiore, e ho provato un turbamento. Poi ho realizzato che era la stessa immagine dei desktop dei pc. Non facciamoci rubare l’emozione della tridimensionalità. Una maestra mi ha confidato che i suoi bambini, quando vanno davanti a una finestra, allargano le dita come se fosse uno schermo touch dell’iPad, convinti di poter cambiare lo scenario. No, non dobbiamo smettere di alzare la testa al cielo, di de-siderare , di muoverci verso le stelle».

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