L'uomo che inventò l'impero romano
Nel bimillenario della sua morte a Nola tutti gli intrighi e i complotti in un romanzo
Quando lo vide per la prima volta, forse di ritorno dall'Oriente dopo aver sconfitto Pompeo a Farsalo, Giulio Cesare fu colpito dal giovane pronipote Gaio Ottavio e lo preferì agli altri parenti prossimi. Puntò subito su quel ragazzo, che, appena dodicenne, qualche anno prima aveva pronunciato una commossa orazione funebre per la nonna Giulia ricordando con orgoglio la discendenza divina della «gens Julia», l'illustre famiglia di antico lignaggio della madre, Azia maggiore, che aveva sposato un importante uomo d'affari appartenente a una ricca famiglia provinciale, la «gens Octavia», il quale, malgrado le origini, aveva ottenuto cariche pubbliche ed era entrato, così, a far parte, come «homo novus», del Senato. Giulio Cesare non sbagliò affatto, perché Gaio Ottavio, che considerava il suo prozio un eroe, ne avrebbe completato l'opera politica, realizzando la transizione dal periodo repubblicano al principato e legando il suo nome a un'epoca caratterizzata da profonde innovazioni e riforme in tutti i campi e ad una non ripetibile stagione artistico-culturale. Gaio Ottavio sarebbe diventato, infatti, conosciuto come Ottaviano o Augusto, il primo imperatore romano e il suo principato si sarebbe rivelato il più lungo in assoluto della storia della Roma imperiale. Giulio Cesare - malgrado l'opposizione della madre e nonostante la giovane età (Gaio Ottavio aveva da poco compiuto i sedici anni e indossato la «toga virile») - lo volle con sé in Spagna nella guerra contro i figli di Pompeo, e, in vista di una spedizione contro i Daci e i Parti, progettando di inserirlo fra i suoi luogotenenti, lo inviò ad Apollonia, una città greca sulle coste adriatiche, per condividere la vita dei militari e, al tempo stesso, per completare gli studi sotto la guida di un celebre maestro di retorica, Apollodoro di Pergamo. Era l'anno 44 prima di Cristo. Ottaviano era da poco più di tre mesi ad Apollonia quando, sul finire di marzo, ricevette, da un messaggero inviatogli dalla madre, la notizia dell'assassinio di Giulio Cesare nella Curia ad opera di Bruto, Cassio e di altri congiurati. Apprese pure, poco dopo, quando venne aperto il testamento di Cesare di avere ereditato tre quarti dell'intero patrimonio del prozio e di essere stato da lui adottato come figlio. Proprio da questi ultimi eventi prende le mosse lo splendido romanzo biografico di John Edward Williams, intitolato semplicemente «Augustus», che l'editore Castelvecchi ripropone oggi in una edizione speciale per il bimillenario di Augusto. Pubblicato originariamente, nel 1972, il lavoro di Williams, narratore e poeta ma anche professore di scrittura creativa all'università di Denver, ottenne il prestigioso National Book Award e fu accolto come uno dei migliori romanzi storici sulla Roma imperiale. E ciò anche se non mancarono, comprensibilmente, critiche, anche severe, da parte di filologi e storici dell'antichità, i quali rilevarono inesattezze e forzature interpretative e contestarono lo stesso metodo narrativo adottato dall'autore e fondato sulla utilizzazione di materiali apocrifi - lettere e frammenti di diario dei protagonisti - intrecciati fra di loro in modo da fornire una narrazione, quasi cinematografica e in presa diretta, degli avvenimenti. In realtà, quelle critiche non avevano alcun senso perché, com'ebbe a precisare lo stesso Williams, nella sua opera potevano (e dovevano) essere rintracciate soltanto «le verità della narrativa piuttosto che le verità della storia». È invece incontestabile il fatto che, al di là delle inesattezze (in gran parte volute per ragioni di drammatizzazione), il romanzo di Williams è non soltanto bello dal punto di vista letterario ma anche in grado di offrire al lettore un affresco, vivace e forse veritiero, degli intrighi, della corruzione e delle lotte di potere che accompagnarono l'ascesa di Ottaviano Augusto nel passaggio dalla fine della repubblica alla prima età imperiale. Non solo. È, pure, il romanzo di John E. Williams, una lunga, suggestiva, penetrante e coinvolgente riflessione sul potere e sulla spregiudicatezza necessaria per acquisirlo, prima, e gestirlo, poi. I protagonisti sono quelli che tutti conoscono dai banchi di scuola, da Cesare a Cicerone, da Bruto a Cassio, da Marco Antonio ad Agrippa e a Mecenate, da Cleopatra a Giulia e Livia e via dicendo con il contorno di poeti da Virgilio a Orazio a Ovidio e via dicendo. E sono descritti, oltre che con un sapiente gusto dell'aneddotica, con una grande finezza psicologica che ne mette in luce i lati caratteriali, le debolezze e le furbizie, le ambizioni. Ma, soprattutto, c'è lui, Ottaviano Augusto, prima riservato adolescente, poi giovane deciso a vendicare l'uccisione dello zio, infine uomo ormai giunto al potere e impegnato a costruire un nuovo ordine, l'impero, e a lasciare memoria di sé nei secoli futuri. Le tappe che ne contrassegnano la vita pubblica dopo l'assassinio di Cesare - dall'alleanza, prima, e guerra, poi, con Marco Antonio fino alla graduale assunzione nella propria persona di tutto il potere - sono ricostruite da Williams attraverso il gioco polifonico delle testimonianze apocrife: gioco che, dal punto di vista letterario, si rivela un artificio funzionale per rivelare le trame occulte, le congiure vere o presunte, gli scontri sociali e politici di un'età turbolenta e, al tempo stesso, per far risaltare le doti politiche e la capacità manovriera di Ottaviano. Che Augusto, sin da giovane, sia stato spietato, privo di scrupoli morali e anche crudele (fino al punto, per esempio, di dare un sostanziale «via libera» alla proscrizione e, quindi, all'assassinio di Cicerone) pur di raggiungere i suoi obiettivi è fuor di dubbio. Ma è anche vero che, una volta insediatosi al potere, governò esercitando la clemenza e la moderazione attento a cercare quel consenso popolare del quale si sarebbe fatto vanto nella lunga epigrafe, Res Gestae Divi Augusti, che è, quasi, una sua autobiografia. Conservatore e innovatore al tempo stesso riuscì a gettare le basi di una forma di governo che gli sarebbe sopravvissuta per almeno due secoli. La sua personalità complessa, per certi versi sfuggente e per altri versi contraddittoria, viene colta appieno nel romanzo biografico di Williams a dimostrazione del fatto che, talora, la letteratura è in grado di contribuire alla conoscenza della «verità storica» meglio di quanto non possa fare un saggio accademico.
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