Spettacoli Tv

Dopo i vampiri è l’ora dei licantropi

Rivincita della generazione dei «perdenti» I ragazzi si affidano alla «diversità» di Dylan O’Brien

GIFFONI Dopo gli sfigati di «Glee», ecco i licantropi di «Teen Wolf». A Giffoni continua l’esplorazione di una sacca generazionale che si riconosce nella diversità, come peraltro sottolinea lo slogan del Festival 2014: «Be different». E la rivendica ad alta voce, questa peculiarità, di fronte ai propri idoli. Il pattuglione di fan (tutti anglofoni in verde età, risultato della frequentazione delle serie tv in lingua originale sul web) stavolta ha bombardato di domande capziose Dylan O’Brien, uno dei beniamini della saga sui lupi mannari trasmessa in Italia da Fox, e presto protagonista sul grande schermo con il futuribile «The Maze Runner». E mentre il divo rispondeva con generosità ai suoi quasi coetanei, veniva da chiedersi: perché questi adolescenti hanno bisogno di identificarsi negli emarginati in cerca di riscatto? Quanto sono realmente fragili - e soli, nella loro odissea virtuale sui social network - questi figli? Analizziamo «Teen Wolf»: i due personaggi principali sono un giocatore (scarso) in una squadra liceale di «lacrosse», che per disgrazia viene morso da un lupo mannaro e diviene a sua volta una di queste creature. Gli resta fedele un amico umano, a sua volta bullizzato dai compagni, interpretato da O’Brien. Attorno a questi due antieroi gira da quattro stagioni la trama, con amori e avventure in una comunità capace di mutazioni fanta-zoomorfe, tra coyote mannari, volpi, banshee: alcuni di questi, a tratti, recuperano sembianze umane. Non è la prima invenzione artistica sui nipotini di Dracula e sulle sue variabili animali: da «Twilight» a «The Vampire Diaries» fino a «Teen Wolf», tutto gira sempre intorno a un branco - non importa di che specie - che interagisce con le persone normali, privilegiate per nascita o dalle circostanze. Storie che hanno successo perché i suoi ammiratori si sentono inadeguati ad affrontare con spavalderia la vita. E si riconoscono in attori reputati credibili, «perché sono come noi». O’Brien sembra confermarlo. Dice: «La recitazione è terapeutica, ti permette di mostrare le tue vulnerabilità». Lui, che viaggia sempre con un cuscino personale («da bambino mi serviva per combattere le allergie, oggi mi aiuta a rilassarmi»), ha una storia che la dice tutta: «A 12 anni mi trasferii con la famiglia in California. Lì non avevo amici, così sperimentai le mie storie realizzando video per YouTube. Ma ero terrorizzato dal giudizio altrui. Ora mi rendo conto che avrei dovuto avere più coraggio. L’artista deve essere differente, questo lo aiuta a rivendicare la propria personalità. Senza copiare gli altri, perché siamo esemplari unici». Passerella anche per Claudia Gerini, reduce dalle riprese de «L’esigenza» con Marco Bocci. «La diversità? È ricchezza, ognuno ha un talento che può donare agli altri senza isolarsi, magari facendo nascere la bellezza dai propri difetti. Poi confida: «Spero che questi ragazzi non mi chiedano perché il cinema italiano ha poca visibilità all’estero, malgrado i premi a Cannes o gli Oscar. Dovrei spiegare loro che questo Paese resta impigliato in beghe sociopolitiche che soffocano la cultura. Chissà per quanto ancora».

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