Consumatum est. Una delle pagine più nere, grottesche, infelici, tragicomiche della secolare storia del glorioso Teatro Costanzi è ormai alle spalle. La vicenda della incolpevole Bohème pucciniana eseguita alle Terme di Caracalla nella serata di gala solo con l’accompagnamento di un misero pianoforte ha fatto il giro del mondo non esaltando certo le già spesso traballanti quotazioni del Teatro capitolino, che tanta fatica ha fatto negli ultimi anni per darsi un tono e raggiungere un livello di internazionalità come si confà alla Capitale. Molte sono però le cose da registrare in merito ed innanzitutto il difetto di comunicazione che ha fatto sì che uno sciopero annunciato sin da sabato, e ribadito lunedì mattina dopo un fallito tentativo di conciliazione con i sindacati, fosse sottaciuto quando non negato fino all’ultimo dinanzi agli ignari spettatori. Solo una volta che il pubblico aveva preso posto nella scalinata e con oltre mezz’ora di ritardo, di fronte alla débacle ormai imminente, coraggiosamente il sovrintendente Fuortes è apparso sul palco a darne notizia cercando rocambolescamente di salvare insieme alle capre (i diritti dei lavoratori) anche i cavoli (i diritti del pubblico). Sarebbe stato invece molto più corretto che il pubblico fosse avvertito dell’impasse sin dal suo arrivo alle Terme e che fosse messo in grado subito di scegliere se chiedere il rimborso del biglietto al botteghino e tornarsene deluso a casa o accontentarsi di questa esecuzione di emergenza, depauperata dei colori dell’orchestra. C’è stato insomma un errore di calcolo, forse attendendo sino all’ultimo di vedere quante presenze avrebbe registrato in buca l’orchestra (in realtà non più di 20 elementi sui 92 necessari) contando in ripensamenti dell’ultima ora. Ma questo calcolo è anche figlio di un precedente e più grave errore. I sindacati infatti, dopo l’incontro di lunedì, erano stati diffidati dallo sciopero con il richiamo all’art.41 del Contratto nazionale di lavoro che prevede per gli scioperanti l’obbligo di dare un preavviso di 24 ore all’Ente. Ma in tal caso lo sciopero era già stato indetto da due giorni e dunque la regola non poteva essere fatta valere. Questo spiegherebbe con tutta probabilità il grave ritardo che ha comprensibilmente infastidito il pubblico. Un altro elemento gioca poi a favore dei sindacati scioperanti, che contestavano il fatto che al Mibac non può essere presentato un piano di riordino senza la pianta organica (necessaria entro il 30 settembre). Proprio in tale direzione i rappresentanti sindacali avrebbero avuto rassicurazioni della legittimità del loro punto di vista dall’ incontro con Antonia Pasqua Recchia del Ministero dei Beni culturali. Al verbale di accordo, in questa situazione non presentabile al Ministero, mancano insomma i numeri della pianta organica, la programmazione triennale, la previsione dei finanziamenti. Così ieri pomeriggio, i due sindacati ribelli, hanno confermato di andare avanti con lo sciopero anche per la replica di venerdì 18 e ad oltranza sino alla revoca dell’accordo ed alla sua ridiscussione, meglio se in sede ministeriale. Insomma tra governance del Teatro e sindacati si è ormai ai ferri corti e sembra che la fiducia reciproca sia arrivata ai minimi storici. Un vero delitto appare però aver fatto precipitare la situazione sino a questo punto apparentemente di non ritorno, senza cercare fino in fondo una mediazione che non riusciamo a credere davvero impossibile. Una prima dimezzata, quindi, che nella lotta tra i vertici Teatro e le rappresentanze sindacali ha visto più vinti che vincitori. Peccato perché non era disdicevole la fresca ed innovativa Bohème del regista Davide Livermore impregnata dei magici colori dell’impressionismo francese proiettati su otto pannelli disposti asimmetricamente sullo sfondo. Tutti quadri che sembrano usciti miracolosamente per contagio dal pennello di Marcello. È stata così una Bohème all’insegna del colore (quello pittorico di Pizarro, Monet, Cezanne e persino Van Gogh, non quello musicale di Puccini), anche se la piccola soffitta mansardata degli squattrinati artisti sembrava piuttosto un super-attico. Piace così il primo atto per la varietà delle scelte pittoriche, troppo circense invece il quadro di Momus, che da elegante e festoso Caffè parigino diventa quasi tendone da spettacolo ambulante (con trampoli, sputafuoco, ballerine alla Degas, giocolieri). Troppa gente e confusione in scena, ben diversamente dal caos organizzato dello stesso quadro di un maestro come Zeffirelli. E non basta proiettare sui ruderi la silhouette della Tour Eiffel. Statica invece la Barriera d’Enfer che vive solo della trovata della neve (quella della silenziosa pianura innevata che fa da sfondo, ma anche quella che, in coriandoli, scende inaspettatamente sul pubblico). E ne soffre il celebre quartetto che all’aperto appare dispersivo. Convincente in blocco il giovane cast vocale con una Carmela Remigio (Mimì) stupendamente nel ruolo sia vocalmente che attoralmente, ma anche con il generoso tenore Aquiles Machado (Rodolfo), Rosa Feola (la vivace Musetta) e Juliam Kim (Marcello) tutti applauditi dal pubblico.
Il pasticcio di Caracalla
Tra sindacati e Teatro ora è scontro a oltranza I rappresentanti dei lavoratori decisi a insistere Sullo sciopero grave errore strategico dell’Ente
