«Il 4 giugno 1944 lo ricordo eccome! Un giorno di festa, Roma liberata, i tedeschi in fuga. Ma io piangevo. E non di gioia. I soldati del Terzo Reich avevano appena fatto una strage, a La Storta. Avevano trucidato quattordici prigionieri prelevati dal comando della Sipo, la Sicherheitdienst polizei, in via Tasso. Tra loro c’era un cugino di mia madre, Libero De Angelis». Luciana Romoli, classe 1930, la Resistenza l’ha vissuta in prima linea. Da staffetta partigiana. A trasportar chiodi a tre punte per bucare i blindati dei nazisti, a nascondere armi. Oggi la battagliera pensionata verrà premiata dal X Municipio di Roma insieme a Teresa Vergari, staffetta dei gap in Emilia Romagna. Che Luciana era una «ribelle» lo si era capito quando a otto anni venne espulsa da scuola per aver difeso la compagna di banco ebrea. «La nostra era una famiglia antifascista e tutti lo sapevano - continua - Vivevano al quarto piano in un palazzone a Casalbertone. Con noi c’erano pure alcuni cuginetti. Dormivamo tutti in una stanza, una sera entrò mio zio Memmo e si calò dalla finestra. Rimase in bilico sul cornicione per ore: i tedeschi lo cercavano ma mia nonna non li fece entrare. Disse che alcuni di noi avevano la difterite, malattia allora mortale». Memmo, al secolo Guglielmo Germoni, era il comandante partigiano della «sesta zona» di Roma, che comprendeva Casilino, Prenestino, Portonaccio e porta Furba. «L’ambiente in cui vivevo - incalza Luciana - fece sì che anch’io entrassi a far parte della Brigata Garibaldi. Facevo la staffetta. Portavo chiodi a tre punte ai compagni del Flaminio: servivano a bucare le gomme dei blindati tedeschi. Non conoscevo mai il nome di chi me li dava e neppure quello della persona a cui li consegnavo. Una volta mi dissero che dovevo far avere alcuni volantini ad un ragazzo dell’università. Dovevo indossare un golfino bianco per farmi riconoscere. Incontrai Massimo Gizzio, poi ucciso davanti a me dai fascisti». «Ma molto, molto più pericoloso fu quando nascondemmo bombe tra i carciofi», è un fiume in piena Luciana. «Ero con mia sorella, in bicicletta. I tedeschi ci fermarono sul ponte di Portonaccio e chiesero cosa portavamo. Lei, scherzando, rispose: «Bombe a mano». Mi sentii gelare. Rideva pure lui e ci lasciò passare. Mi arrabbiai molto con lei che però rispose: «Se guardavano nella sporta le avrebbero trovate!» E ancora: «Un’altra volta infilai il ciclostile con i cui i partigiani stampavano clandestinamente i volantini nella vasca piena d’acqua sul terrazzo. Si ruppe. Ma trovai il modo di aggiustarlo, con il grasso d’agnello».
«Portavo chiodi e ordini segreti»
Il ricordo di Luciana Romoli staffetta a 14 anni
