A giugno, dopo cinque anni di lavori con lo strabiliante budget di 52 milioni di euro, riaprirà a Parigi il Museo Picasso. Si prevedono circa un milione di visitatori all’anno. Da noi, a Roma, è vissuto per oltre trent’anni, dal 1944 al 1978, Giorgio de Chirico, l’artista che molti considerano per importanza alla pari con Picasso. È l’inventore della pittura metafisica, oltre che l’artista cosmopolita per eccellenza, essendo nato da genitori italiani in Grecia, e poi formatosi fra Monaco di Baviera, Parigi e Firenze. Alla morte di Isabella Pakszwer Far, vedova dell’artista, 554 tra dipinti, disegni e sculture furono ereditati dalla Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, che ha la sua sede nella splendida casa-studio del Maestro in piazza di Spagna. Il problema sta nel fatto che solo una cinquantina di opere possono essere esposte in permanenza nell’ex abitazione, mentre tutte la altre sono nascoste in un caveau bancario, ponendo problemi e domande circa il loro stato di conservazione, oltre che tanta amarezza per il loro status di opere invisibili e non notificate, senza alcuna difesa istituzionale. E il rammarico cresce se solo si pensa a quel che avrebbero fatto in Francia con un simile patrimonio e a quali onori avrebbero riservato ad un fuoriclasse della pittura come Giorgio de Chirico. Proprio per questo Mario Ursino, già vicedirettore della Galleria nazionale d’arte moderna di Roma e storico studioso dell’opera dechirichiana, ha fondato l’associazione «Amici di Giorgio de Chirico» che ha fra i suoi scopi primari quello di dare vita ad un Museo de Chirico nella nostra città, interamente dedicato alla sua opera. Fra i sostenitori di questa proposta spiccano nomi del calibro di Renato Barilli, Maurizio Calvesi, Antonio Paolucci, Paolo Portoghesi, Franco Purini, Francesco Sisinni. Il museo monografico, se ben diretto anche col sostegno di una dinamica campagna comunicativa, è un moltiplicatore di attenzione intorno all’opera dell’artista a cui viene dedicato, anche in rapporto alle sue quotazioni di mercato. Un progetto del genere non può realizzarsi senza una sinergia fra il Ministero per i Beni Culturali, la Fondazione de Chirico, il Comune di Roma, l’associazione «Amici di Giorgio de Chirico» e qualche sponsor privato. A proposito di una possibile sede, la prima iniziativa concreta arriva dal consigliere comunale Athos De Luca, che ha individuato come il luogo più adatto l’ex caserma di via di San Francesco di Sales, a Trastevere, a due passi dall’Orto Botanico e dalla Galleria Corsini. Quest’edificio è stato inserito nel piano di alienazione degli immobili militari romani e il demanio lo cederà gratuitamente al Comune. Tra l’altro l’edificio, distribuito su tre piani per una superficie complessiva di circa duemila quadrati, è in buone condizioni e i costi per adeguarlo a sede museale non sarebbero alti. Sembra inoltre che l’associazione presieduta da Ursino abbia contattato uno sponsor di grande rilievo nel campo della moda. «Ho parlato con l’Assessore alla Cultura Flavia Barca – ci dice De Luca – che condivide questo progetto. Entro la fine di febbraio l’edificio dovrebbe passare dal demanio al Comune e poi speriamo che in tempi brevi sia destinato al costituendo Museo de Chirico. Sarà un ulteriore investimento per il futuro culturale della città, con un indotto anche a carattere economico e occupazionale». L’esigenza di creare un Museo de Chirico è ancora più impellente se si pensa alla bizzarra vicenda, pressoché scandalosa, che ha portato ad escludere dalla tutela dei beni culturali la casa-studio del Pictor Optimus, comprese le opere ivi conservate. Essa non può essere sottoposta a vincolo, come sancirebbe il nuovo codice dei Beni culturali del 2004, perché le opere e gli arredi sarebbero stati spostati dalla vedova rispetto alla collocazione originale ma soprattutto perché, udite udite, il lucernario dello studio non è stato realizzato in vetro tradizionale ma in vetrocemento. Lo si legge testualmente nella lettera firmata dalla soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici per il Comune di Roma Maria Costanza Pierdominici e controfirmata dalla direttrice regionale per i beni culturali e paesaggistici del Lazio Federica Galloni: «non risulta corrispondenza con quanto riguarda la legge di tutela relativamente alla tradizionale tipologia a lucernario, trattandosi di un solaio in vetro-cemento, posto a copertura della stanza di lavoro del maestro». In realtà la legge non spiega quale sia la tradizionale tipologia a lucernario e tutti gli ambienti e arredi della casa sono rimasti nelle esatte condizioni originarie. Come negare proprio a de Chirico, che per tutta la vita ha dialogato con le Muse, un Museo ovvero la casa delle Muse? Perché non dar vita ad una collaborazione fra Ministero per i Beni culturali, Comune e Fondazione de Chirico, con il sostegno di qualche mecenate illuminato, per dare finalmente all’inventore della metafisica quel che gli spetta di diritto, un vero museo in cui le opere siano esposte, tutelate e notificate?
Museo de Chirico. Un sogno d’artista che diventa realtà
La sede in un’ex caserma di Trastevere. Oggi le opere sono conservate in un caveau
