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Zeffirelli fa 90 tra arte e passione

Il regista dichiara il suo amore per Puccini e dice ai politici: «Non pensate agli incassi»

Festeggia martedì prossimo i suoi novant’anni. Ma dentro Franco Zeffirelli, regista che ha diviso l’intera vita tra il teatro, la lirica ed il cinema ai massimi livelli internazionali, è in fondo un evergreening. Dei giovani possiede la passione, la voglia di fare, l’entusiasmo non smorzato dagli anni, la voglia di buttarsi sempre nella mischia, di non tirarsi mai indietro. Una vita trascorsa nell’arte e nella passione dall’alto della quale il grande regista fiorentino vede oggi il mondo con occhi sereni ma partecipi. Ha un ricordo o una persona che le sono particolarmente cari? «È una domanda insidiosa. È come se avessi avuto molte mogli. La mia vita è costellata di momenti importanti: non saprei davvero scegliere e mi sembrerebbe di fare torto a qualcuno. Ci sono momenti in cui ho rischiato la vita, altri in cui l’ho salvata ad altri. Meglio che dica grazie a tutti quelli che mi hanno offerta amicizia e amore». Quanto ed in che cosa si è evoluta la regia lirica nel mondo negli ultimi 50 anni? «Si è piuttosto confusa e impoverita. Senza superbia ho cercato di mantenere sempre fede alle richieste degli autori. Non ho mai prevaricato la musica che è indimenticabile. Come si fa a prevaricare la Boheme di Puccini? Si assiste invece oggi ad un vero dramma quando si vede mettere in scena l’opera in grandi festival in modo assolutamente vergognoso. C’è gente che si diverte a fare cose moderne senza senso. Il pubblico gradisce che le origini letterarie delle opere siano rispettate». Che ci dobbiamo aspettare dal futuro? «Non sorride molto il futuro. Bisogna vedere cosa succede con questa enorme trasformazione nel centro dell’Asia con le loro tradizioni popolari, drammatiche, narrative. I nostri rigagnoli di cultura li abbiamo percorsi tutti e ora i drammi dei capolavori musicali in mano a infami riduttori sulla scena non arrivano più. È un problema generale della cultura occidentale. Non c’è molto da sorprendersi se dall’ Asia vengono segnali importantissimi. Vengono fuori matrimoni culturali interessantissimi». Quale è il suo messaggio di uomo e di artista? «Ne ho una lista infinita, ma principalmente è importante far vivere i capolavori tornando alle loro ragioni drammatiche oltre che musicali. Esplorare non vuol dire collocare un Trovatore in una caserma di oggi». Il suo cuore per quale musicista batte di più? «Decisamente Puccini. Possiede una sua religione dei sentimenti. Li ha veramente illustrati. Ma anche Verdi è impressionante con i suoi drammi lacrimosi. Traviata è commovente come il primo atto di Bohème. Puccini voleva far piangere e commuovere con le melodie e le storie della povera gente, Verdi aveva invece un senso del dolore più classico, più nobile». Che pensa del derby dell’anno dei bicentenari: Verdi contro Wagner? «Non penso niente. Solo mi vergogno di pensare a quello che tirano fuori i nuovi dirigenti. La Scala è in mani indegne e anche Milano non merita questa gente. Vengono fuori scarti mondani della cultura europea del nord che non c’entrano niente col patrimonio culturale della Scala. Non si può fare una messinscena giapponese di Traviata: importante è che non ci sia conflitto tra drammatico e lirico. Una vergogna dà irritazione. Grave non per chi le fa, ma per i dirigenti che dovrebbero stare attenti a chi affidano la messinscena dei capolavori. Io ho fatto regie anche azzardate, ma mai ho fatto Aida in costume da bagno o Traviata in un postribolo. I direttori di teatri sono colpevoli: gli abusi non sono giustificati». Ma la crisi del teatro è solo crisi economica o anche di idee? «Di idee, perché gente che va a teatro ce n’è ancora. Ci sono ancora i tutto esaurito. L’opera è ancora viva preso il pubblico. Le emozioni che oggi si propongono invece non sono più quelle originali degli autori». Teatro, musica, cinema. Lei ha tanti figli. Ma ne avrà avuto uno prediletto? «Ho lavorato molto volentieri con tanti. Mi sento come un innamorato attardato con molte amanti. Vivo delle emozioni che mi hanno dato i grandi autori. Il pubblico ancora oggi vibra con le loro straordinarie creazioni. La società moderna è fredda e materialistica, ma è ancora capace di emozionarsi». Quale consiglio darebbe per cultura e spettacolo ai nostri governanti? «Di non guardare solo agli incassi, perché quelli della musica leggera non sono comparabili a quelli della lirica. Solo Verona riesce a chiudere in pareggio di bilanci. Bisogna dare importanza ai grandi melodrammi, ma c’è sempre bisogno dello Stato come finanziatore». Cosa deve alle sue origini fiorentine? Cosa ne rimane? «Molto. Il carattere, la passione, la capacità di cogliere i difetti degli altri. I fiorentini hanno una grande tradizione. Firenze è una città unica». E la città di Roma che la ospita da decenni? Come ci si trova? «Benissimo. Ho trovato qui quello che volevo. Non c’è il clima di Firenze, dove ci sono meno cose ma sfolgoranti. Roma risente del potere politico che ospita. È Caput mundi ed è stata gonfiata in mille modi dall’Impero romano al Papato. È spettacolare e bella, una splendida compiacente prostituta, mentre Firenze è una donna discreta, onesta e severa».

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