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L'Unità d'Italia è tutta in grigio

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Senzale vittorie sugli Austriaci, senza la Spedizione dei Mille, senza l'Incontro di Teano. Tutto (o quasi) all'insegna delle sconfitte: nel 1834, il fallimento dei moti savoiardi, dopo ch'era stata evitata l'uccisione di Carlo Alberto; poi, senza le glorie del '48, la caduta della Repubblica Romana, il mancato attentato di Felice Orsini, con la terribile strage provocata dalle sue bombe, la sconfitta di Garibaldi sull'Aspromonte, la morte di Pisacane; fino a quell'Unità d'Italia proclamata nel 1861 vista però anche quella con varie ombre, per i contrasti e le contraddizioni di chi, a questo punto amareggiato, sentirà di dover dire "noi credevamo". Come si intitolava il libro di Anna Banti ad illustrazione di quegli anni. A quel libro, riscrivendolo insieme con Giancarlo De Cataldo, si è rifatto Mario Martone in un'ottica che, appunto, a differenza di Blasetti in "1860" e di Rossellini in "Viva l'Italia", privilegia un pessimismo di fondo che potrà non condividersi, ma che è una sua scelta precisa motivata soprattutto dal particolare approccio di Anna Banti alla Storia. Il filo conduttore sono tre amici nelle campagne del Cilento attorno al 1830, Domenico e Angelo, figli di nobili, Salvatore, figlio di contadini. Attorno, varie cospirazioni antiborboniche che mentre vedono Domenico totalmente partecipe, vedono Angelo uccidere Salvatore credendolo una spia. Si seguono i due, pur con destini diversi, Domenico in carcere lunghi anni come cospiratore, Angelo finito sulla ghigliottina perché coinvolto nella congiura di Orsini; lasciando alla fine Domenico, nel primo Parlamento italiano, deluso di tutto. Un affresco, con le figure all'interno ben delineate, sia quelle inventate sia quelle storiche mai citate di sfuggita, specialmente Mazzini. In cifre che, rifuggendo dall'epica, si tengono a un realismo solido grazie anche alla fotografia di Renato Berta che dà ad ogni cornice la sua concreta evidenza, mirando sempre a corpose verità. Negli stessi climi gli interpreti, da Luigi Lo Cascio a Valerio Binasco, soprattutto, i due amici Domenico e Angelo, uno incisivo e saldo, l'altro ambiguo e stravolto. Ma anche Francesca Inaudi, in una splendida rivisitazione di Cristina di Belgioioso. Affrontano con partecipazione e rispetto le altre figure storiche Toni Servillo, Mazzini, Luca Zingaretti, Crispi, Renato Carpentieri, Poerio, insieme con Luca Barbareschi in quel personaggio dalle molte facce che è stato Antonio Gallenga, il mancato uccisore di Carlo Alberto.

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