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Tragedia in note. È l'11 settembre

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PaolaPariset Aspettare l'Undici Settembre non è attendere il Natale o una festa comandata. Non è gioia né divertimento, ma un'attesa latente per una scadenza improrogabile, quasi una chiamata alle armi. È il richiamo forte e senza appello alla propria coscienza, morale ed etica, perché sia sempre desta. Nessuno dimentichi l'attentato dell'11 settembre 2001 alle Twin Towers di New York ad opera dell'estremismo islamico, nella sua dimensione planetaria di terrore e di orrore, come per un'apocalisse: la morte di 2749 esseri umani, le ultime disperate dichiarazioni telefoniche di affetto e di amore dei passeggeri degli aerei, le persone che si gettavano dalle finestre dei grattracieli in un estremo anelito alla salvezza. Nelle ricorrenze di quel giorno, gli artisti hanno partecipato per primi, rafforzando con i frutti della loro creatività - opere plastiche, letterarie, musicali, teatrali, eccelse esecuzioni di capolavori della musica del passato - l'appello al dialogo e alla ragione. L'11 settembre prossimo, infatti, alle 20.30 nella Sala S. Cecilia del Parco della Musica, la principale sponsor dell'Accademia ceciliana, Ludovica Rossi Purini - fondatrice e Presidente della Compagnia per la Musica in Roma - in collaborazione con la predetta Accademia e con «Musica per Roma» ci chiama al concerto finale della V edizione del «September Concert», il concerto della memoria. Esso, con i patrocini dell'Ambasciata Usa, della Presidenza della Repubblica, dell'Unesco e tanti altri enti, sarà guidato dal grande Lorin Maazel, attuale direttore della New York Philarmonic Orchestra, lanciato per il suo talento musicale da Toscanini, già negli anni dell'adolescenza. In programma, il Requiem tedesco, «Ein Deutsches Requiem» (1868) di Johannes Brahms, un'opera di musica sacra sinfonico-corale elaborata dal compositore nel corso di dieci anni, e che - dopo la «prima» diretta dall'autore il venerdì Santo del 1868, nella Cattedrale di Brema – donò all'allora trentacinquenne Brahms il successo per sempre. Ma questo non è un Requiem cattolico, con liturgia in cinque parti, culminanti nel «Dies Irae» – che difatti qui non compare - come in quelli celeberrimi di Mozart o di Verdi. Brahms stesso compose il libretto, attingendo brani dalla Bibbia nella versione tedesca di Lutero: e fece di quest'opera un pezzo da concerto. Al centro della partitura Brahms pose la precarietà della vita umana ma anche la dignità dell'uomo – evidente nei suoni gravi delle sezioni orchestrali e corali – indi l'ansia della salvezza individuale, affidata ai due solisti di canto: infine la forza della speranza, specie nelle bellissime parti orchestrali fugate. La superiore e distaccata direzione del Maestro Maazel illuminerà appieno tale ansia religiosa propria di tutta l'umanità, al di là delle culture e delle singole confessioni. Ecco dunque il messaggio: la volontà di fratellanza, di dialogo e di tolleranza fra le genti pur nelle diversità, per salvare il bene e la pace. «Si vis pacem, para bellum», affermavano i Romani: ma la loro pace non era accordo e superamento delle ingiustizie, era la crocifissione di centinaia di schiavi lungo la via Appia dopo la rivolta capeggiata da Spartacus, così come oggi, ancora, lo sono stati i terribili contrasti etnici e di religione fra le popolazioni balcaniche, o in Africa i massacri fra Tutsi e Hutu. Cerchiamo la pace senza la guerra, la rimozione dei contrasti economici e sociali senza lo scontro, ma col dialogo e con la ragione. E lui, Brahms, al di là degli stupendi ed intimi frammenti melodico-armonici delle Sinfonie, o delle elettrizzanti rapsodie pianistiche, ci farà avvertire quali sono le domande estreme che contano e che l'uomo, qualunque uomo, alla fine si pone. L'Orchestra è quella della Svizzera Italiana, il Coro quello dell'Accademia di S. Cecilia diretto da Ciro Visco: soprano è Jeanne De Bique, baritono Paul Larosa. Il concerto è naturalmente gratuito, ma con prenotazione e biglietti da ritirare il 9 e 10 settembre (ore 11-18) alla biglietteria della Sala S.Cecilia.

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