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Jeremy Irons: «Odio non essere protagonista Allora, meglio la regia»

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Tiberiade Matteis Riflessivo, disincantato e tuttavia capace di esaltarsi per la bellezza e per la creatività umana, Jeremy Irons ha ricevuto un riconoscimento speciale per la sua carriera d'interprete, ieri sera al Teatro Olimpico di Vicenza in occasione del Premio ETI Olimpici del Teatro. Nostalgico dei suoi esordi scenici con tanto di presenza biennale nella gloriosa compagnia dell'Old Vic di Londra e di collaborazione con la Royal Shakespeare Company, sa di essere rimasto impresso nella mente del pubblico internazionale per «La donna del tenente francese» o «Il mistero Von Bulow», che gli ha fruttato il David di Donatello, senza poi dimenticare «Lolita» e «Mission». Il suo futuro sembra però orientato verso la regia che può assicurargli una visione più globale e coinvolgente del lavoro in una continua ricerca di forme artistiche che riescano a emozionare e ad accomunare l'umanità. Fascino sottile e misterioso associati a uno spirito conciliativo ed ecumenico, contraddistinguono un uomo che non ama sentirsi un comprimario e detesta annoiarsi. Si è sempre diviso fra cinema e teatro, ma dove si sente più a suo agio? Il teatro è un'espressione di emozioni e il suo scopo è far capire che l'umanità non è mai mutata nel corso dei secoli: le persone sono sempre uguali, tranne piccole differenze storiche. In teatro si scopre come siano tutti un'unica comunità. Il cinema mi piace soprattutto quando sono il protagonista e rappresento il centro della storia. Nei ruoli secondari non mi sento sufficientemente partecipe della globalità della vicenda. Ormai mi interessa sempre di più la regia perché garantisce un coinvolgimento totale. Sono anche attirato dalla possibilità di aiutare gli altri attori a dare il meglio di se stessi. Mi è capitato di essere impegnato in televisione e in un video rock come regista e ho sperimentato quanto sia accattivante narrare storie. Cosa apprezza del teatro contemporaneo? Non lo amo perché non lo capisco: è un mio limite e non posso generalizzare. Certo, ci sono eccezioni come Beckett che riesce a emozionare perfino con il suo minimalismo. Il mio approccio con tutte le forme creative è di tipo romantico e letterale. Credo che ogni opera debba comunicare e detesto tutto ciò che risulta noioso. L'arte è come l'amore: si riconosce a prima vista!. Si trova bene in Italia? Venezia è quasi una mia seconda casa: ci ho lavorato a lungo per «Il mercante di Venezia» e «Casanova» e ho tanti vecchi amici che ogni tanto torno a visitare. La prima volta ci arrivai in moto da Londra con mio figlio: un'esperienza folle e bellissima! A Vicenza, invece, non ero mai stato. Quando sono entrato nel Teatro Olimpico ho provato una delle emozioni più forti della mia vita. Mi ha colpito non solo la bellezza, ma l'immagine di un luogo impregnato di idee e sentimenti decantati dai secoli e condivisi con il pubblico di tutte le epoche. È un teatro vivo che continua a svolgere la funzione per cui è nato: rappresentare spettacoli. Mi ha ricordato l'Old Vic Theatre di Bristol in cui mi sono formato e ho debuttato: c'era la medesima atmosfera. Neppure il più splendido dei palazzi veneziani restaurati riesce a suscitare un simile stupore. Che impressione ha avuto della Mostra del Cinema di Venezia attualmente in corso? Non commento poiché sono venuto in forma privata: non avevo nessun film e non ho partecipato alle proiezioni né tanto meno agli incontri mondani. Ho sentito dire che sia stata un po' deludente. Lei, inglese, come valuta il futuro degli Stati Uniti? Non voglio dare giudizi politici o sociali. In generale ritengo che nel mondo ci vorrebbero più comprensione e rispetto reciproci con un adeguato scambio culturale in grado di salvaguardare le singole e divergenti identità.

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