Questa 62ª è stata senza alcun dubbio la migliore: per l'attenzione dedicata, nella sua sezione in concorso, agli autori più qualificati del cinema mondiale; per il dosaggio oculato, e intelligente, degli eventi di contorno; e infine, ma non con cure minori, per una organizzazione che quest'anno non ha rivelato una sola falla, nonostante, a incidere negativamente, potessero intervenirvi le molte, giuste precauzioni per prevenire, dati i tempi duri, qualche aggressione terroristica. Ci si è incontrati con le cinematografie di una ventina di Paesi (contando anche le sezioni non competitive)e, in mezzo, si sono potute scegliere le personalità certamente più rappresentative del cinema di oggi, anche quando, con l'occasione, non si proponevano con i loro film più perfetti (ma prenderne atto e darne conto è già una delle funzioni «informative» della Mostra). Per affetto, ma anche per convinzione, rinnovo subito tutti i miei consensi per quel che riguarda il cinema italiano inserito nel concorso. Tre film degnissimi, «La bestia nel cuore» di Cristina Comencini, «La seconda notte di nozze» di Pupi Avati, «I giorni dell'abbandono» di Roberto Faenza. Dalla giuria avrebbero meritato di più, ma i loro meriti intrinseci, li inseriscono comunque tra le espressioni più ferventi del nostro cinema in questa stagione. Come i film, del resto, portati qui dal cinema francese, l'intelligente (e intellettuale) «Les amants réguliers», di quel Philippe Garrel con una carriera alle spalle sempre sorretta dalla ricerca del nuovo, con sensibilità finissima, l'abile e perfino sottile «Gabrielle», in cui il suo regista, Patrice Chëreau, è riuscito perfettamente a coniugare — in bianco e nero, altro merito — la letteratura, il teatro e il cinema. Vincendone tutti insieme i molti ostacoli. Il cinema americano si è imposto soprattutto tra i «fuori concorso» con film quali «Cinderella man» di Ron Howard, «Elizabethtown» di Cameron Crowe, «Bubble» di Steven Soderbergh, «La sposa cadavere» di Tim Burton, in concorso però aveva due film straordinari; «Goodnight, and Good Luck» di George Clooney, contro il maccartismo, vincitore morale della Mostra (con due premi, ma ne meritava altri), e il divertentissimo musical di John Turturro, «Romance and Cigarettes», capace, come spesso sanno fare a Hollywood, di unire insieme, senza contraddizione, lo spettacolo e la creatività. Non vi dimentico in mezzo — anche se il film batteva bandiera canadese e il suo regista Ang Lee, ci arriva da Taiwan, quel «Brokeback Mountain», forse eccessivamente onorato con il Leone d'oro, ma di certo un'operazione difficile — l'amore fra due cowboys omosessuali — risolta con tatto e una rappresentazione indubbiamente intensa, molto più che del sesso, dei sentimenti. Come non ricordare quindi, per il cinema portoghese, il grande Manoel de Oliveira che, nonostante l'età grave, ha nuovamente mostrato con «Espelho mágico», una costante e fervente giovinezza artistica? E come non affiancargli — per qualità, rigore estetico, senso del cinema che, cosa rara, sa raccontare — il sempre ispirato Krzystof Zanussi di «Persona non grata», un'operazione psicologica pronta a partecipare anche dei modi e degli accenti di un thriller? Potrei continuare con gli inglesi (il John Madden di «Proof», il Terry Gilliam dei «Brothers Grimm») e naturalmente con gli asiatici (il cinese Stanley Ewann di «Changhe ge», il coreano Park Chan-wook di «Lady vendetta», il giapponese Takeshi Kitano di «Takeshi's», il film sorpresa), ma rientrano anche questi nel panorama di una Mostra cui non si ha proprio nulla da rimproverare tanto sul livello complessivo della qualità, quanto sul piano di una informazione che è riuscita a non trascurare niente di quello che, al meglio, ci propone oggi il cinema in tutti i Continenti. Individuato e scelto con sicura competenza. Complimenti perciò a Marco Müller, un direttore che finalmente dà e saprà dare tutto quello di cui la nostra Mostra ha diritto, complimenti ai suoi esperti (Luciano Bar
Commenti
I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.