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di WALTER MAURO PER gli appassionati di quella musica e di quella inconfondibile letteratura, è una ...

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Ha condotto in porto l'operazione il regista brasiliano Walter Salles, quello di "Central Park do Brasil" e del mitico viaggio in motocicletta del Che Guevara. Il ruolo del protagonista, nel romanzo la figura ombra dell'autore, Sal Paradise, dovrebbe essere di Billy Crudup, quello di "Charlotte Gray" e di "Bigfish", ma il ruolo più importante nella vicenda sarà certamente dell'amico Neal Cassidy, l'ubriacone ispiratore di tutti quelli della beat generation, da Ginsberg a Ferlinghetti, da Burroughs a Gregory Corso. Quel ruolo doveva interpretarlo Brad Pitt, ma pare che Colin Farrell l'abbia avuta vinta, soprattutto, e per ragioni naturali di forza maggiore, sul leggendario Marlon Brando, l'uomo fortemente voluto dallo stesso Kerouac, fin da quando cominciò a circolare l'idea di fare un film da quel memorabile testo. Intanto, in questi giorni, per le vie di Manhattan, nel Greenwich Village, del Bronx ripulito e rimesso a nuovo, circola un'aria diversa: è in atto la ricostruzione della Jazz Foundation che dovrebbe dare asilo ai vecchi «jazz brothers» che non hanno mai beccato un dollaro di pensione, e circola un libro, ora uscito anche in Italia per la Cooper Edizioni, di Bill Morgan, scrittore e pittore beat, già autore di una guida beat di San Francisco, dedicato ad un viaggio/guida in lungo e in largo per New York, dal «Village Vanguard» al «The Fifties», dall'«Eddie Condon's/Toni Pastor's» al «Minetta Tavern». Memorie che emergono dalle rovine di qualcuno di questi storici locali, o da tanti altri oggi in piena fioritura, attorno all'uragano di luci di Times Square. Verso la metà degli anni Cinquanta, il breve tratto fra la Sixth Avenue e La Guardia Place, era la via dei night clubs: note del bianco Dixie facevano da contrappunto al locale di Tony Pastor, dove una volta capitò proprio Kerouac, dopo aver saputo che lì, una formosa pin up, faceva la danza del ventre. Al Village Vanguard, nel seminterrato al 178 di Seventh Avenue South — il posto migliore per ascoltare ancora del buon jazz — il grande capo della beat generation, capitava di rado, perché costava troppo una consumazione non indifferente come quella che lui pretendeva. Ma una sera dell'ormai remoto 1957, dopo qualche tentativo di risparmio, eccolo arrivare, Jack Kerouac, con tutta la compagnia beat al completo, Corso, Ferlinghetti, Burroughs. In fondo, nell'ombra, un po' appartato come era il suo solito, si stagliava l'ombra di Bob Dylan. La squadra era al completo, e quella sera, dal proscenio troppo stretto e angusto per tanti giganti, ecco Earl Hines, e Roy Eldridge, e Dizzy Gillespie che non perdeva occasione per prendere in giro, lui pazzo anche nel nomignolo che gli venne presto attribuito, «dizzy», il padre di quella nuova generazione perduta che aveva raccolto il simbolo del comando da Scott Fitzgerald. Jack arrivava e si teneva un po' in disparte, cosa che invece non faceva al Café Rivera, al 225 di W. 4th Street: questo locale gli dava quel senso della sotterraneità, e una protezione da parte di quel generoso raccoglitore di storie che fu Henri Cru: «Un uomo normale — diceva Kerouac — che in qualsiasi caso è deciso a impossessarsi di me, anima e corpo, tutto o niente». Si riferiva al branco di bohémiens che si illudevano di diventare grandi scrittori o grandi artisti. I più sono scomparsi, i pochi superstiti fanno i ritrattisti lungo la quarantaduesima, la più malfamata delle «streets» di Manhattan. Agli albori degli anni Sessanta, nel variegato paesaggio della Grande Mela, ecco presentarsi LeRoi Jones e Hattie Jones, lui autore del celebre testo della musica nera, "Il popolo del blues", una coppia che abitava all'ultimo piano di uno squallido caseggiato, al numero 27 di Cooper Squadre. L'accoppiata durò poco: nel 1965 LeRoi tornò ad Harlem, cambiò il nome in quello di Amiri Baraka. Nel frattemp

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