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Nelle foto inedite di Shaw i due volti della Monroe. E il tormento dei divi di Hollywood

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Aver conosciuto Marilyn Monroe da debuttante (o quasi), sul set di «Viva Zapata» (era il '52, c'era anche Marlon Brando). E averla sagomata come personaggio. Intendiamoci, non Pigmalione, niente plagio. Ma dalla sua macchina uscirono di quegli scatti che fanno Storia e Volto. Era un regista sommerso, Shaw. Uno che inventava inquadrature. A Billy Wilder nel '55, mentre girava «Quando è la moglie in vacanza», suggerì la sequenza chiave: Marilyn sulla grata di aerazione della metropolitana e il vento che solleva come ruota di pavone la sua gonna bianca a plissé. Monroe non era diva, insomma, quando Sam la incontrò la prima volta. Per questo la mostra dei Fratelli Alinari e Spazio Etoile alla Galleria Caetani di Roma (piazza San Lorenzo in Lucina 41, fino al 12 giugno; Cagliari, ad agosto; Firenze a fine anno e poi una tournée all'estero) riesce ad esporre, di Shaw, foto controcorrente e in gran parte inedite: una Marilyn senza tensione, né pose languide. Invece una donna come tutte, quasi la ragazza che era stata Norma Jean Baker. Al Central Park legge il giornale seduta su una panchina. S'appoggia - come una turista nella foto ricordo - al bordo della fontana dell'Hotel Plaza. Sceglie cravatte in un grande magazzino di New York. Guarda le vetrine. Eppure è già il '57, ha sposato da un anno Arthur Miller, Wilder la chiama sui suoi set (dopo «Quando la moglie è in vacanza», nel '59 gira «A qualcuno piace caldo»). Sulla Chevrolet decapottabile di Miller ha in testa il foulard per non prendere troppo vento nei capelli, e lo sfondo grigio sono i grattacieli della Grande Mela. Sulla sabbia di Amagansett, oggi spiaggia alla moda di Long Island, corre e salta come una ragazzina. A Roxbury, nel Vermont, gioca col bassotto. Marilyn non piaceva a Hitchcock, era l'opposto dell'attrice adatta ai suoi film. «Se il sesso è troppo evidente, non c'è più suspense - spiegava il regista di Psycho - Perché scelgo attrici bionde e sofisticate? Bisogna cercare delle vere signore che diventano puttane nella camera da letto. La povera Marilyn aveva il sesso stampato in ogni angolo del viso, come Brigitte Bardot, e questo non è molto fine». Tutt'altro negli scatti di Shaw. Ma la ragazza della porta accanto fa a cazzotti con la spostata sazia di antidepressivi che riuscì a girare solo qualche scena di «Something's Got To Give», diretto da Cukor e interpretato da Dean Martin e Cyd Charisse. Eppure proprio la pellicola incompiuta (è l'aprile del '62, dopo quattro mesi, nella notte del 5 agosto, la cameriera troverà l'attrice morta in casa, quella casa di Los Angeles col salone riempito solo da due sedie) avrebbe disegnato un'altra Marilyn. Era il remake di «My Favorite Wife», con Cary Grant, diretto nel '40 da Garson Kanin. La storia di un matrimonio con colpo di scena, plot tante volte sfruttato con fortuna da Hollywood, a partire da «Accadde una notte». Ovvero, la protagonista, creduta morta dal marito, piomba a casa proprio il giorno in cui lui mette l'anello al dito di un'altra. Ovvio che riconquisti il suo uomo. Meno ovvio che Marilyn sia qui non la donna fatale, la rovina-famiglie, ma la legittima moglie, tornata a sancire la sacralità dell'unione, dalla quale sono anche nati due bambini. Insomma, la bionda esplosiva di «Bye Bye Baby» che Hitchcock snobbava ha ormai trentasei anni e le toccano altri ruoli. Una delle uniche quattro scene girate dalla Monroe sembra sconfessare il ridimensionamento della bomba sexy, eppure ne è l'indiretta conferma. Marilyn nuota nuda nella piscina della villa del marito, proprio per riacciuffarlo. È il suo primo ciak davvero hard, lei gira alla presenza soltanto di Cukor e dell'operatore. Ce la mette tutta. E quando il regista fa stop, lei sentenzia, trionfante: «Questa scena metterà per un bel po' all'angolo Elizabeth Taylor». Proprio la diva dagli occhi verdi, che nel '62 in pieno exploit girava a Roma «Cleopatra» con Burton, ha un suo posto nella r

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