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di MARIO BERNARDI GUARDI COCOTTE: e che significa? Il piccolo Guido Gozzano ha udito quella ...

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«Che vuol dir, mammina?», chiede. «Vuol dire una cattiva signorina: non bisogna parlare alla vicina», spiega e ammonisce la signora Gozzano. Ma lui non è convinto. La cocotte (quella strana voce parigina dà alla sua fantasia di bimbo «un senso buffo d'ovo e di gallina»...), ha una villetta accanto alla sua, anche lei è lì, al mare, in vacanza. Indimenticabile, fatale (e fatato) l'incontro. «Piccolino, che fai solo soletto?./ «Sto giocando al Diluvio Universale»./ Accennai gli stromenti, le bizzarre/cose che modellavo nella sabbia,/ed ella si chinò come chi abbia/fretta d'un bacio e fretta di ritrarre/la bocca, e mi baciò di tra le sbarre/come si bacia un uccellino in gabbia./ Sempre ch'io viva rivedrò l'incanto/di quel suo volto tra le sbarre quadre!». Guido Gozzano "sedotto" a quattro anni da una cocotte... «Non gli devi parlare», gli ordina la Mamma (maiuscola di rigore, come per il Papà). Ma lui si abbandona al sogno. Pensa ad arcane divinità, alle Isole Felici, a fare intente a preparare «bevande affatturate»... Passa qualche giorno, lei lo richiama dal suo cancello fiorito. «O piccolino, non mi vuoi più bene!...». Povero Guido, che imbarazzo! «È vero che tu sei una cocotte?». E lei ride perdutamente, e «torna a baciarlo con le pupille di tristezza piene». Rileggere Gozzano («La signorina Felicita» e le poesie dei «Colloqui» sono state riproposte da Sellerio, con una nota di Beppe Benvenuto) significa ritrovare incantesimi e disincanti di una stagione inquieta: frammenti d'Ottocento perduto e riproposto dalla memoria con affettuosa complicità, velleità ideali spezzate dalla bruta realtà a sua volta esorcizzata dall'ironia, confusi tumulti interiori incerti se aprirsi alla nuova cultura o ritrarsi in luoghi appartati dove c'è concessa l'estrema grazia della malinconia. Nella stagione del superuomo dannunziano e, dal fanciullino pascoliano, mentre Pirandello e Svevo esplorano la cattiva coscienza borghese, con annessi e connessi interrogativi sull'ambiguità del vivere, e le avanguardie vanno all'assalto del passato a suon di proclami e cazzotti creativi: in questo tempo di "vigilia", Gozzano racconta "dolci inganni". Lo fa con elegante lievità, ma il giuoco è accorto e consapevole. Lo snob Guido semina irriverenze con garbo, ride e si commuove: e con lui, il lettore. Ma i tocchi del pittore riescono a fissare compiutamente un volto; e il poeta non ha davvero bisogno di esplorare tortuosi labirinti psicologici, per cogliere, rievocare, rappresentare con finezza trascorse emozioni. Di quelle che davvero lasciano segni indelebili. Come in «Cocotte», piccolo "romanzo di formazione" affidato ai versi, al pari di altre storie sovraccariche di vita non gridata ma ascoltata: «L'amica di nonna Speranza», «La signorina Felicita», «Totò Merùmeni», «Paolo e Virginia». Iniziato al mistero dell'"eterno femminino" - misterno, voluttuoso, stregante — dalla bella cocotte, Guido non può dimenticare. Sono trascorsi vent'anni. Dov'è la sua fata? Forse gli altri amanti l'hanno abbandonata: lui le è fedele. E grida «T'amo! (...)/ Forse ho amato te sola!», come un qualsiasi innamorato. Ogni cosa fluttua, ed è precaria, futile: né vale afferrarsi alla vita, quando fugge Gozzano ha poco tempo davanti a sé (muore nel 1916 a 33 anni), ma il suo "carpe diem" cattura un'illusione, il sogno evocato afferma un'identità: «Non amo che le rose/che non colsi. Non amo che le cose/che potevano essere e non sono/state...».

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