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Bossetti a casa con "il braccialetto"

Processo Yara: ennesima istanza dei legali del muratore di Mapello Il pm si oppone, la Corte d’Assise ha cinque giorni per decidere

I domiciliari per Massimo Bossetti, con l’ausilio del braccialetto elettronico (a patto che, nel caso, se ne trovi uno disponibile vista l’ormai cronica penuria nelle scorte dello strumento). È stata questa richiesta, avanzata dai legali del carpentiere di Mapello accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio, a segnare l’udienza di ieri del processo davanti alla Corte di Assise di Bergamo. Si tratta in realtà di un’ennesima istanza di scarcerazione, che va ad aggiungersi alle altre (tutte respinte) presentate dagli avvocati di Bossetti da quando l’uomo è stato arrestato il 16 giugno del 2014. E se a luglio proprio la Corte di Assise aveva negato i domiciliari ritenendo il detenuto non a rischio suicidio, stavolta i difensori Paolo Salvagni e Paolo Camporini puntano su un’altra carta. «A nostro avviso le esigenze cautelari a suo carico verrebbero tutelate anche se gli fosse concesso di rientrare a casa dalla famiglia», ha spiegato ieri Salvagni. «È cambiata la normativa e la legge 47 dell’8 maggio 2015 prevede che le esigenze cautelari debbano essere non solo concrete ma anche attuali. Per Bossetti non è così, perciò abbiamo chiesto che possa tornare nella sua abitazione di Mapello con il braccialetto». «La casa di Bossetti», ha spiegato invece Camporini nell’udienza di ieri, «è in un posto isolato, facilmente sorvegliabile». «Sconvolto» dalle parole usate dai legali del carpentiere nel perorare la richiesta di domiciliari si è detto invece Enrico Pelillo, legale dei genitori di Yara. «L’imputato e la vittima appartengono a mondi diversi», ha detto. «Il primo è vivo, Yara è al creatore». La Corte di Assise si è riservata, ha cinque giorni di tempo per decidere. La pm Letizia Ruggeri si è opposta all’istanza, su cui riversa le proprie speranze invece la moglie di Bossetti Marita Comi. È lei, in una relazione che i legali dell’imputato hanno allegato, a dirsi disponibile ad accoglierlo in casa. Il braccialetto elettronico proposto dai difensori di Bossetti per il loro assistito è uno strumento reso praticamente obbligatorio dal decreto "svuota-carceri" del 23 dicembre 2013 (governo Letta). Da allora se un magistrato decide di mandare ai domiciliari un detenuto in carcere, senza però applicargli il braccialetto alla caviglia, deve motivare contestualmente la scelta. La conseguente esplosione della "domanda" di strumenti elettronici non è stata compensata dall’aumento della disponibilità, rimasta inchiodata a 2.000 pezzi dal "modico" costo di 11 milioni di euro all’anno. Nessuna notizia del bando di gara europea che il ministero dell'Interno aveva annunciato per incrementare la dotazione di braccialetti.

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