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Le accuse (prescritte) per Villa Wanda

La dimora intitolata alla prima moglie al centro di un’indagine fiscale Estinto a gennaio il procedimento penale, continua però quello civile

Misteri. Elenchi. Tesori. Sequestri e processi. In quei 32 vani con piscina Licio Gelli ci viveva da sempre. A Villa Wanda, circondato dagli oltre 11mila metri quadri di terreni agricoli, l’ex venerabile della Loggia P2 ha trascorso le sue ultime giornate. Intorno alla villa ribattezzata in onore della prima moglie, Wanda Vannacci (morta nel giugno del 1993), ruotano le inchieste giudiziarie che hanno caratterizzato la vita d’Italia e quella del "venerabile". È nella cassaforte interna alla villa che nel 1981 venne ritrovato l’elenco in cui figuravano gli iscritti alla loggia massonica. Ed è tra le fioriere della caseggiato che, nel ’98, gli agenti della Digos trovarono oltre 160 chili d’oro. Nel 2006 Villa Wanda venne anche pignorata. Ma lo scorso settembre, la corte d’appello di Milano cancellò ogni vincolo, lasciando l’amaro in bocca ai migliaia di piccoli azionisti del Banco Ambrosiano. Però nell’ottobre del 2013 le fiamme gialle sequestrarono preventivamente la villa. Gli inquirenti di Arezzo sostenevano che Licio Gelli avesse commesso reati fiscali in concorso con la moglie Gabriella Vasile, i figli Maurizio, Maria Rosa e Raffaello e il nipote Alessandro Marsili. La vicenda risale al 1998. In quell'anno i pm erano entrati in possesso di alcuni atti tra i quali spiccava un testamento olografo di Licio Gelli. Nelle carte vi erano le risorse finanziarie che il gran maestro della P2 possedeva fuori dai confini del Belpaese e le prove delle importanti spese che Gelli sosteneva in favore dei figli. Spese che cozzavano con i redditi dichiarati. Ne nacque dunque una contestazione per omesso pagamento delle imposte. Cartelle esattoriali a sei zeri furono indirizzate a Licio Gelli (8,8 milioni), al figlio Maurizio (7,2), alla figlia Maria Rosa (1,1) e al più grande dei tre fratelli, Raffaello (500 mila euro). Nel frattempo i magistrati di Arezzo avevano chiuso le indagini: «Consapevoli dei rilevanti debiti da pagare all’erario e prevedendo l’attivazione prossima ventura delle procedure di riscossione coattiva da parte di Equitalia, (gli indagati ndr) hanno pianificato e realizzato, in un brevissimo arco temporale, una serie di atti e negozi giuridici fittizi per svestirsi della proprietà». La «proprietà» era, appunto, Villa Wanda. E per svestirsi della proprietà gli indagati avrebbero simulato la «dismissione a terzi da parte della storica società proprietaria». Una società controllata dai figli. Ed è per questo che anche loro, insieme alla moglie e al nipote del «burattinaio» furono costretti a difendersi dall’accusa di «sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte». A falciare il processo è intervenuta, lo scorso gennaio, la prescrizione. Il procedimento civile comunque prosegue. E adesso neanche una possibile rinuncia all’eredità metterebbe a riparo i figli dell’ex gran maestro della P2. Anche loro, infatti, sono stati chiamati a giudizio.

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