l'editoriale

Ricetta sinistra per la recessione

Ecco il menù che affosserà l’Italia: è già in preparazione nella cucina del campo largo. Non è un elenco di buone intenzioni, è una ricetta precisa: tre piatti forti, serviti con contorno di retorica e dessert di fallimento garantito.

Primo: torna il reddito di cittadinanza, lo pretende il Movimento 5 Stelle e gli altri diranno signorsì. Non un aiuto mirato, ma un incentivo strutturale a non lavorare, o meglio, a lavorare di meno e in nero. Il mix «perfetto» secondo questi signori? Sussidio di Stato, pensione di mamma, lavoretto in nero e tanto tempo libero. Perché sforzarsi, quando il sistema ti premia se resti a casa? La chiamano inclusione, in realtà è una fabbrica di dipendenza. Chi ha un lavoro vero paga per chi non lo cerca, e chi cerca lavoro vero viene spinto verso l’illegalità. Bella promozione del «lavoro dignitoso».

Secondo: salario minimo. Che, per magia, coinciderà col salario massimo. Perché se fissi un pavimento senza toccare la produttività, le imprese non assumono più, i contratti si irrigidiscono, le buste paga vere si appiattiscono. I giovani non entrano, i cinquantenni non escono, e chi resta dentro prende meno di quanto potrebbe. La chiamano giustizia sociale, in realtà è la certezza della non crescita. Il minimo diventa massimo perché sopra non c’è più spazio per salire.

Terzo, il coniglio dal cilindro: settimana di 32 ore a parità di salario. Non più produttività, non più orari flessibili, non più aziende competitive. Solo costi che si impennano, margini che crollano, investimenti che fuggono. Le imprese italiane, già in affanno tra tasse e burocrazia, dovranno pagare lo stesso per un quarto di lavoro in meno. Risultato? Meno assunzioni,

più delocalizzazioni. Lo chiamano diritto al tempo libero, in realtà è un suicidio collettivo della produttività.

Ecco a voi la ricetta per la recessione. Non una crisi accidentale, una crisi programmata. Meno lavoro, meno crescita, più tasse. E quando arriverà il conto, cosa resterà da fare? Più tempo per manifestare in piazza, certo. Più tempo per urlare contro «il sistema». Ah no, ci saranno loro al governo. Quindi niente manifestazioni, niente scioperi, niente «la destra è il male». Solo silenzio, o meglio, giustificazioni. Perché quando sei tu a governare, le piazze diventano scomode e la realtà diventa un dettaglio.

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