Soltanto dal mare quest’anno ne sono arrivati circa 150.000. Un calcolo per difetto, quello della Commissione Europea che, dopo il diktat sulle impronte digitali, ieri ha «bacchettato» nuovamente l’Italia sulla questione dei richiedenti asilo. Una critica contenuta in un documento dal titolo «Italy: state of play report. Managing the refugee crisis», elaborato insieme con esperti italiani e zeppo di cifre, a partire da quella globale degli sbarchi. La premessa è indicativa: «Effettivamente gestire la pressione dei flussi migratori in alcune parti dei confini esterni condivisi dal trattato di Schengen richiede insieme responsabilità e solidarietà di tutti gli Stati membri - scrive la Commissione - Ed è di cruciale importanza che due misure-chiave vengano pienamente incrementate: l’approccio attraverso gli hotspot e lo schema di ridistribuzione, con la raccolta delle impronte di tutti i migranti, la veloce selezione e riallocazione dei richiedenti asilo e la creazione di adeguate capacità di ricezione». Infine il punto cruciale per il Belpaese: «L’altra componente essenziale è l’azione per assicurare un rapido ritorno in patria, volontario o forzato, di persone che non hanno necessità di protezione internazionale e, quindi, non hanno i requisiti per la loro riallocazione». BACCHETTATE UE Chiaro? Lo stesso documento, tuttavia, sottolinea che nell’anno in via di conclusione le autorità tricolori hanno espulso soltanto 14.133 richiedenti asilo (meno del 10%), ne hanno identificati 560 pronti per esserlo e a tale scopo hanno stretto accordi bilaterali con Egitto e Tunisia. Che resta da fare? Ripristinare i «ritorni» in patria volontari in base al nuovo programma della Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom), incrementare la capacità di detenzione con i fondi Ue per supportare il programma di espulsione e stabilire relazioni con Paesi «terzi» sulle riammissioni. Sempre nel 2015, scrive la Commissione, abbiamo riallocato 143 persone in altri Stati europei e abbiamo individuato altri 186 «candidati», mentre 12 Paesi membri dell’Unione hanno dato disponibilità per 1,041 posti. I fondi comunitari per l’Italia sono di 19 milioni per l’emergenza e di 560 (dal 2014 al 2020) per gestire il flusso dei migranti e i confini del Belpaese, facilitare l’accoglienza, le espulsioni e le riallocazioni in Italia. Se, infatti nel 2014 l’Ue ha espulso 400 mila persone, la Francia ne ha allontanate 87.000 e l’Italia appena 25.000. MIGRANTI IN FUGA Detto questo, la gestione dei profughi è complessa. Ufficialmente oggi ne ospitiamo oltre 93.600 tra centri governativi e strutture temporanee regionali (hotspots compresi): i più numerosi sono gli eritrei (20.019), poi seguono nigeriani (13.788), somali (8.559), sudanesi (6.745) e siriani (6.324). Al terzo posto delle regioni «ospiti» c’è il Lazio, con il 9%, preceduto da Sicilia (16%) e Lombardia (13%) e seguito da Campania (8%) e Piemonte (7%). Il 70 per cento dei profughi «laziali» si trova all’interno della Città Metropolitana di Roma. Il problema è che spesso fuggono e si rendono irreperibili. Nel 2014 sul nostro territorio sono giunti 170.100 stranieri. E a giugno il Viminale ha indirettamennte ammesso che migliaia erano «scomparsi». Se, infatti, sommiamo gli arrivi del 2014 e quelli dei primi 5 mesi del 2015 (46.500) e li confrontiamo con le richieste di asilo (rispettivamente 64.900 e 33.800), i conti non tornano. All’appello mancano pià di 117.000 persone. Dove sono? ESPULSIONI DIFFICILI Il meccanismo di espulsione non funziona. La verità, amara, è che sul territorio italiano circolano migliaia di persone senza identità che, sulla carta, non hanno una patria. Se commettono reati o fossero comunque soggetti al rimpatrio, le operazioni di identificazione vengono svolte nei Cie. Qui parte il percorso di identificazione. Il nostre Paese, quindi, chiede il riconoscimento dello straniero di turno agli Stati da cui gli immigrati dichiarano di provenire. Se l’operazione di identificazione non va a buon fine, torneranno a essere liberi di circolare nella Penisola. Gli extracomunitari soggetti a rimpatrio che non vengono identificati, una volta lasciati i Cie, hanno l’obbligo entro sette giorni di lasciare l’Italia a proprie spese. Quasi nessuno, però, lo fa. E spesso vengono fermati dalle forze dell’ordine durante normali controlli e trovati privi di documenti, oppure arrestati, com’è avvenuto a Santa Maria Maggiore. Inizia così un nuovo percorso nei Cie, che finirà ancora una volta con un buco nell’acqua, innescando così un circolo vizioso che fa aumentare i costi della loro permanenza sul territorio italiano. E non rimuove la piaga. Anche per questo la Commissione ci chiede di completare la costruzione dei rimanenti hotspot previsti nel piano entro i primi mesi del 2016, di migliorare il processo di registrazione, prelevare sistematicamente le impronte dei migranti e inserirle nel sistema «Eurodac» e agevolare lo schieramento di 165 esperti addizionali di Frontex (ce ne sono già 200) per gestire i confini e il flusso dei richiedenti asilo. Intanto la fuga continua. Un esempio? A maggio a Roma erano state presentate solo 191 richieste di asilo a fronte di 5.421 immigrati ospitati nei vari centri di accoglienza. Pensate che gli altri 5.230 siano stati espulsi e rimpatriati? Ottimisti.
Nemmeno un profugo su 10 cacciato nel 2015
Dopo il diktat sulle impronte la Commissione Ue bacchetta l'Italia sulla gestione dei richiedenti asilo RIMPATRIO Espulsi (per finta) 7 volte aggrediscono due soldati
