Gentile Direttore, le scrivo con non poco sgomento in merito all'articolo pubblicato in fondo alla prima pagina dell'edizione di ieri 11 dicembre dal titolo. «La giustizia affonda sulla Vespucci». Le scrivo cercando di comprendere le ragioni di quell’articolo critico nei confronti dell’ordinamento giudiziario, che appare come una difesa d’ufficio degli ammiragli rinviati a giudizio dal Gup del Tribunale di Civitavecchia. Mi stupisce e dovrebbe stupire anche Lei – Direttore di un quotidiano che da sempre pone un’apprezzabile attenzione alle problematiche militari (il caso "marò" ne è un esempio lampante e significativo) - il fatto che lo sgomento autore dell’articolo ponga al lettore la domanda se «un ammiraglio può essere considerato alla stregua di un datore di lavoro che risponde degli infortuni dei suoi dipendenti fino a ritrovarsi imputato se un marinaio precipita salendo una sartia» e se la Nave scuola della Marina militare Amerigo Vespucci può essere considerata un luogo di lavoro. Io ero nell’Aula di quel tribunale, ho seguito l’intera vicenda e le domande sollevate dal suo giornale sono state rivolte anche dalle difese degli imputati al giudice. La risposta, per quanto sommaria ed ancora da sottoporre al vaglio di ogni grado di giudizio, è nella decisione assunta ieri di rinviare a giudizio gli ammiragli imputati. Fortunatamente in questo nostro bistrattato Paese non esiste più il reato di lesa maestà e anche gli ammiragli possono finire sotto processo come ogni altro dipendente pubblico o cittadino, nella considerazione, spero da lei condivisa, che la legge, per fortuna, è uguale per tutti, compresi i militari.
«Processare gli ammiragli non è lesa maestà»
Gentile Direttore, le scrivo con non poco sgomento in merito all'articolo pubblicato in fondo alla prima pagina dell'edizione di ieri 11 dicembre dal titolo. «La giustizia affonda sulla Vespucci».Le...