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Allarme della Crusca: «Basta lamentele, studiate il Latino»

«La conoscenza del latino è andata paurosamente scemando. Che lo si conosca sempre meno risulta evidente anche dagli strafalcioni quotidiani che per influsso di altra lingua «imperiale» è come l’ingl...

«La conoscenza del latino è andata paurosamente scemando. Che lo si conosca sempre meno risulta evidente anche dagli strafalcioni quotidiani che per influsso di altra lingua «imperiale» è come l’inglese noi sentiamo per ogni dove: l’iter pronunciato «àiter», iunior, quand’è scritto junior, pronunciato «giùnior». Capitò, com’è noto, a una sfortunata annunciatrice televisiva leggere «sain daì» un "sine die" che trovò scritto sul foglio. Ora fa più in, più professional la citazione di un termine inglese». Lo afferma il linguista e critico letterario Gian Luigi Beccaria, membro dell’Accademia della Crusca e dell’Accademia dei Lincei, in un articolo sulla rivista «La Crusca per voi», in cui il professore emerito dell’Università di Torino stigmatizza l’abbandono dello studio del latino a vantaggio dell’inglese. «Il latino non è più un modo per imporre il proprio rango, né evidenzia il piacere del privilegio, una maniera per porre un vuoto, una distanza tra l’uomo comune e l’autorità di chi esibisce la propria cultura con parole dotte», osserva Beccaria. L’illustre linguista sul periodico di divulgazione dell’Accademia della Crusca osserva anche: «Il latino non serve soltanto per capire meglio la nostra e le altre lingue romanze, ma anche per impossessarsi più rapidamente dell’inglese». Se la scuola, ammonisce, contribuirà «sempre più a tagliare quelle radici, sarà compiuta un’azione di cui avremo dunque a che pentirci anche sul piano della trasparenza lessicale e della comunicazione generale».

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