Attualità

Giustizia spettacolo, il teorema di Thomas e l’indagato in mutande

di Francesco Petrelli * William Isaac Thomas fu un grande sociologo americano, fondatore della scuola di Chicago, il quale elaborò nel 1928 un famoso "teorema": il «Teorema di Thomas» appunto.Secon...

William Isaac Thomas fu un grande sociologo americano, fondatore della scuola di Chicago, il quale elaborò nel 1928 un famoso "teorema": il «Teorema di Thomas» appunto. Secondo il suo assunto, mentre nelle scienze fisiche è piuttosto pacifica la differenza fra l'oggetto in sé e l'oggetto come percepito, nelle scienze sociali non è affatto detto che esistano un mondo oggettivo ed un mondo percepito, così che «se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze». Il grande successo riscosso dal «Teorema di Thomas» nell'ambito delle scienze sociali è dovuto al fatto che nella moderna comunicazione, come è noto, si attribuisce una rilevanza centrale a ciò che viene rappresentato ed a ciò che assume pertanto consistenza di «rappresentazione sociale». Questo «oggetto virtuale» costruito dalle circostanze, dalla comunicazione, dai media, e che prescinde dalla realtà oggettiva dell'evento e del contesto reale di un qualsiasi fenomeno, si sostituisce lentamente all'oggetto in sé. Se vogliamo provare ad applicare il «Teorema di Thomas» al processo penale, troviamo subito, nella cronaca più recente, esempi clamorosi. Mandiamo in onda ripetutamente il video del furgone del signor Bossetti che passa e ripassa come un «falco in cerca della preda», ed avremo certamente ottenuto una fantastica «rappresentazione» di qualcosa che forse non è mai accaduto. Quella rappresentazione può essersi sedimentata inesorabilmente nella nostra mente, convincendo tutti noi della verità dell'accusa oltre ogni ragionevole dubbio. Salvo poi venire a sapere dall'autore di quel video (un assai qualificato Ufficiale dei RIS) che si trattava di una «rappresentazione» ad uso dei media, richiesto e diffuso dalla Procura, di una «rappresentazione» che per l'appunto finiva con il sostituire il fatto in sé con un fatto percepito comunque come vero dall'opinione pubblica. Credo che a prescindere da ciò che ciascuno di noi pensi della colpevolezza o meno dell'imputato, dovremmo tutti noi, «innocentisti» e «colpevolisti», operatori del diritto o comuni cittadini, essere indignati da simili esempi. Dallo scempio di un processo trasformato in un talk show nel quale le parti discutono per il pubblico su canovacci artefatti, su dati costruiti in maniera provvisoria ed imperfetta. Sui quali nessun giudice ha interloquito e sui quali nessun giudice potrà interloquire perché non di atti del processo si trattava, ma di un «processo parallelo», il processo dei TG, costruito ad uso dei media e di un pubblico che non ha più bisogno di verità, ma di una qualsiasi verità, sempre più spesso di una verità di comodo, la più scontata, la più fruibile, quella che fa più audience. Tiriamo al più presto, con mano ferma, una linea netta, fra quello che è il processo e quello che l'onnivoro circuito dei media quotidianamente divora. Restituiamo al processo quel minimo di dignità e di sacralità che, non solo la vita dolente degli accusati e l'umanità delle stesse vittime pretendono. Ma anche per la dignità di tutti noi che dobbiamo rifiutarci di essere vittime quotidiane di questo circo, fatto di uomini messi alla gogna sotto il faro di arresti spettacolari, di video di indagati in mutande nell'androne di un pubblico ufficio, e che dobbiamo chiedere anche all'informazione di continuare ad essere sempre, con autorevolezza e rigore, il "cane da guardia del potere", ma senza dimenticare che anche quello giudiziario è un potere, ai cui eventuali abusi ed eccessi occorre fare la guardia con la medesima severità. * Segretario Unione camere penali

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