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Rom e rifugiati chiedono i danni

Tra le 55 richieste di parti civili ci sono anche 37 nomadi I legali: «Impedirono che i fondi fossero destinati a loro»

Persino i rom si ritengono danneggiati dal bussiness del sodalizio di Salvatore Buzzi e Massimo Carminati. Tra le 55 parti civili che ieri hanno chiesto di costituirsi nel processo ci sono anche 37 rom di origine bosniaca che dal campo nomadi di Tor de’ Cenci sono stati trasferiti in quello di Castel Romano. Qui, i vertici dell’organizzazione Mafia Capitale avevano ottenuto dal Comune di Roma l’appalto per la costruzione di una nuova area del campo, la sezione F, per 1 milione 200 mila euro. «I 37 rom erano assegnatari di moduli abitativi a Tor de’ Cenci - ha spiegato il legale degli abitanti del campo nomadi ai giudici della X sezione – avevano diritto a una nuova sistemazione a Castel Romano. La condotta corruttiva del sodalizio ha però impedito che i fondi destinati all’emergenza alloggiativa fossero destinati al loro scopo e alla fine sono stati distratti dall’organizzazione». Anche i richiedenti protezione internazionale hanno chiesto di essere ammessi al possibile risarcimento. Dai problemi relativi al sovraffollamento fino a quelli inerenti la mancata formazione professionale o la totale assenza di programmi di inserimento passando per le difficoltà avute con l’impianto di riscaldamento interno al centro migranti. I problemi sollevati dai legali di parte civile dei rifugiati sono numerosi. A pretendere un risarcimento sono ad esempio tre profughi sudanesi originari del Darfur, ospiti del centro di accoglienza di via Scorticabove a Roma gestito dalla cooperativa «La Cascina». «Per anni», spiega l’avvocato Mario Angelelli che ha depositato la richiesta di costituzione, «sono stati in una struttura che non ha fornito servizi adeguati. Un centro che solo nel 2013 ha ricevuto 134.000 euro trasformatisi in zero servizi». A richiedere l’ammissione come parte civile in cerca di un possibile risarcimento per danni patrimoniali e non patrimoniali ieri è stato anche Mahamad, un ragazzo pachistano del 1992. Un rifugiato che dall’agosto 2013, per un anno, è stato ospite del centro di accoglienza Amahoro di Marcellina, in provincia di Roma, struttura gestita dalla cooperativa «Atlante» già facente capo a Sandro Coltellacci, uno dei collaboratori di Salvatore Buzzi, all’epoca degli arresti di Mafia Capitale definita dagli inquirenti «contigua al Consorzio Eriches». Gli avvocati Stefano Pazienza e Salvatore Fachile, nell’atto di costituzione, spiegano che «la gestione mafiosa e corrotta delle risorse destinate all’accoglienza dei migranti ha portato a un sistema di accoglienza estremamente carente dei servizi essenziali e disattenti alle necessità e ai bisogni dei richiedenti asilo». Il giovane pachistano, scrivono i legali, avrebbe avuto diritto a ricevere un servizio di accoglienza sugli standard prescritti dal Manuale operativo 2014 del servizio Sprar, che prevede un numero massimo di 4 persone per stanza nei centri di medie dimensioni. La sistemazione nel centro Amahoro era invece «in stanze di 6 persone». Il centro non avrebbe favorito, come da obbligo di legge, alcun percorso di inserimento lavorativo e avrebbe «centellinato i servizi di natura legale, sociale e medica». Ieri le 50 richieste di costituzione parte civile hanno riguardato in tutto circa 150 soggetti. Una lunga processione di avvocati per le più variegate rivendicazioni: da quelle delle associazioni ambientaliste a quelle di singoli cittadini che lamentano la sporcizia delle spiagge di Ostia e la presenza dei parcheggiatori abusivi, oltre a consorzi, associazioni anti racket, associazioni antimafia, Regione Lazio, comune di Roma, Ama, Confindustrita etc. etc.

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