A Casale San Nicola, opulenta periferia nord della Capitale, ci erano andati per tentare di impedire a un gruppo di rifugiati di raggiungere il centro d’accoglienza. E ci erano andati preparati: caschi, armi improprie, bandane a coprire il viso. Il gruppo di giovani e giovanissimi (per la maggior parte appartenenti all’associazione di estrema destra di Casapound) in quel vialone a due passi dalla Cassia, sostiene il giudice per le indagini preliminari, ci erano andati per impedire alle forze dell’ordine di fare transitare gli autobus. Un’azione che viene descritta come preordinata e che, dopo un iniziale momento di resistenza passiva, si è trasformata in un attimo in disordini e scontri che hanno portato una ventina di agenti a dover ricorrere alle cure dei sanitari. Per quegli scontri, siamo nel luglio scorso, due personaggi legati ad ambienti dell’estrema destra capitolina erano stati arrestati, e ieri, dopo mesi di indagini serrate, la procura di Roma ha chiesto e ottenuto l’arresto di sei persone (tutte orbitanti nell’ottica di Casapound) che avrebbero, a vario titolo, partecipato a quella mattinata di scontri violenti con le forze dell’ordine (altri tre personaggi sono stati sanzionati con l’obbligo di firma in Questura). La giornata di protesta era iniziata però in modo pacifico. Da diversi giorni infatti un gruppo di residenti aveva presidiato le strade d’accesso alla struttura individuata per ospitare i rifugiati «organizzando una resistenza passiva», osserva il giudice. A quel gruppo originario però si era poi aggiunto un altro nutrito gruppo di persone (per lo più vicine a Casapound) che avevano cambiato le carte in tavola, portando il baricentro della protesta a un livello più violento. «Nelle prime ore del 17 luglio – ricorda il gip nell’ordinanza che ha disposto i domiciliari per gli indagati – in concomitanza con il trasferimento di 19 cittadini stranieri, lo scenario in cui si sono imbattute le forze dell’ordine era stata quella di una presenza di oltre cento persone intente a occupare la sede stradale al fine di ostacolare il transito dei veicoli adibiti al trasferimento degli stranieri». Quella situazione di stallo costata «quattro ore di estenuante trattativa tra gli ufficiali di forze dell’ordine e i manifestanti» era presto degenerata e dietro i cittadini che si erano sdraiati per strada si era formata una fila «di un gruppo di aderenti a Casapound, notoriamente attestato su posizioni ideologiche avversa all’accoglienza di cittadini extra-comunitari sul territorio nazionale». E sono loro, sostengono i giudici, a fare precipitare le cose: se da un parte, infatti, dopo le prime manovre di sgombero operate delle forze dell’ordine «la prevalenza dei manifestanti pacifici, sempre rimasti a volto scoperto, si defilava» dall’altra, il gruppo di Casapound (tra gli arrestati anche Davide Di Stefano, fratello del vice presidente di Casapound, Simone) «si metteva in contrapposizione agli operanti innestando un crescendo di intimidazione e violenza». E così quando l’autobus con i 19 rifugiati era arrivato al blocco, il gruppo di manifestanti violenti, aveva indossato i caschi e messo in scena una guerriglia urbana passando «da una mera azione di spinta a sfondamento del cordone creato dagli operanti a una vera e propria opera di aggressione e violenza con uso di armi improprie e oggetti contundenti da lancio di vario tipo». Tra i motivi che hanno spinto il gip a fissare gli arresti domiciliari «le modalità violente e spregiudicate con le quali sono stati perpetrati i gesti criminosi, sintomo non solo di abitudine, ma soprattutto di "preparazione nel delinquere"» e il fatto che numerosi degli indagati hanno sulle spalle numerosi precedenti specifici.
Immigrati e tafferugli. Sei arrestati
Nei guai militanti di Casapound: avrebbero impedito l’arrivo di stranieri La protesta a Roma Nord davanti a un centro di accoglienza di rifugiati
