Un pasticcio dopo l’altro. Dichiarazioni che si contrappongono, ripensamenti, momenti di confusione. Mezze verità e toppe che fanno peggio del buco. Con un centrodestra pigro e disunito e un gruppo di cinquestelle ancora un po’ inesperto, a portare avanti l’opposizione più efficace alla Giunta Marino è ancora lui: Ignazio Marino stesso. Si aggiusta una cosa, se ne scombina un’altra. L’ultimo esempio riguarda la vicenda della polizza assicurativa che il 7 ottobre il sindaco ha provato a stipulare con Assicurazioni di Roma, spaventato dalle conseguenze sul suo patrimonio personale che lo «scontrino-gate» avrebbe determinato. Solo due giorni fa, un altro giallo. Sempre il 7 ottobre, nel tentativo di riparare al caos sui rimborsi appena esploso, Marino afferma: «Regalo 20mila euro di spese alla città e faccio a meno della carta di credito». Il 15 ottobre il capo del cerimoniale ottempera alla «richiesta» e restituisce alla Ragioneria la carta a suo nome. Ma di quella del sindaco non c’è traccia: «Ad oggi non ci risulta essere stata riconsegnata», ha sottolineato mercoledì 22 il capo dipartimento Alessandra Bordini, davanti allo sguardo stupito della presidente della Commissione Trasparenza, Lavinia Mennuni. Sempre sulla carta di credito, c’erano state dichiarazioni contrastanti: il plafon diveva essere di 10.000 euro, invece è risultato di 50.000. Ecco che la toppa si rivela peggiore del buco. Come le fughe, i dubbi, i silenzi di questi 20 giorni di caos scontrini. Ieri, per la prima volta, Marino ha parlato delle famose cene contestate: quella del 26 dicembre 2013, passata con «una persona con la quale io ho scritto tanti articoli scientifici, anche su Science e che volevo convincere a far parte del comitato per il museo della scienza», ma della quale non rivela il nome; oppure quella con l’ambasciatore del Vietnam, che in realtà «non era con lui, ma quel giorno l'ultimo appuntamento della giornata era proprio con lui». E ancora, la famosa colazione con il sopravvissuto dell’Olocausto, che invece era «un caffè e un cornetto in camera». Insomma: 20 giorni di attesa, polemiche e ingressi dal retro per rispondere solo ieri alle stesse domande già poste (vanamente) dai cronisti in conferenza stampa. «Non riuscivo a capire – ha detto Marino a Repubblica - Allora ho chiesto le carte. E contemporaneamente ho chiesto alla Procura di essere ascoltato». Ma di casi in questi due anni Marino ne ha creati tanti. Il viaggio a Philadelphia di metà settembre ne ha portati almeno due. Intanto la questione dell’invito, che il sindaco aveva lasciato intendere fosse arrivato da ambienti vaticani ma che il Papa smentì. Poi il tema del rimborso: secondo il primo cittadino i romani non avrebbero sborsato un euro per quella missione, ma in realtà non sarebbe stato così, fosse soltanto per le spese di viaggio e d’albergo sostenute dai suoi collaboratori. Come dimenticare poi il Panda-gate di novembre 2014, con la surreale dichiarazione secondo cui degli hacker si erano introdotti nel sistema del Campidoglio per cancellare le multe che gli erano arrivate a causa del contrassegno Ztl scaduto. Una gaffe talmente clamorosa da lasciarne fuori un’altra un po’ più grave. È il 5 dicembre 2014, quando Marino afferma: «Salvatore Buzzi? Non lo conosco». Dichiarazione improvvida, che quasi gli costa la poltrona: il giorno dopo spuntano le foto della sua visita alla Coop 29 Giugno prima delle elezioni, la promessa di donare il primo stipendio alla cooperativa del ras di Mafia Capitale e i documenti che attestano il finanziamento legittimo e registrato della coop alla sua campagna elettorale. Saranno anche questi gli «errori» di cui da giorni parla il commissario del Pd, Matteo Orfini?
Due anni e mezzo tra gaffes e incidenti
Dal caos scontrini alla carta di credito trattenuta
