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Le bugie «esplosive» di Massimo Ciancimino

Luca Rocca Massimo Ciancimino, testimone e imputato nel processo sulla presunta Trattativa Stato-Mafia e sotto accusa per calunnia in altri procedimenti, è stato condannato dalla Corte d’Appello di...

Massimo Ciancimino, testimone e imputato nel processo sulla presunta Trattativa Stato-Mafia e sotto accusa per calunnia in altri procedimenti, è stato condannato dalla Corte d’Appello di Palermo a tre anni di carcere (pena sospesa) e 20mila euro di multa per detenzione e cessione di esplosivo. Una sentenza che fotocopia quella emessa nel 2013. I fatti risalgono al 2011, quando il figlio di don Vito, ex sindaco mafioso di Palermo, interrogato dall’allora procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dal sostituto Nino Di Matteo, rivela: «Andate a casa mia. Troverete alcuni candelotti di esplosivo. Me li hanno recapitati la settimana scorsa, ma non ho detto nulla perché non volevo creare altre preoccupazioni alla mia famiglia e ho avuto paura di passare per mitomane». Quando la polizia scientifica si reca nel giardino della sua abitazione palermitana, trova 13 candelotti, 21 detonatori e due micce. Passano poche ore e Ingroia, dopo aver premesso che è prematuro esprimere una valutazione, aggiunge: «Va detto che è stato Ciancimino a indicarci il luogo in cui era custodita la dinamite. È indubbio che le dichiarazioni da lui rese lo abbiano esposto a pericoli ed è possibile che siano state messe in atto delle intimidazioni». Si sbagliava. Nell’aprile dello stesso anno, infatti, il procuratore di Palermo Francesco Messineo, afferma che su quei candelotti (in grado di esplodere in qualunque momento perché «scaduti») e sulla versione di Ciancimino sono in corso degli accertamenti. Passa solo un giorno e Massimino viene messo sotto inchiesta per la detenzione di quella dinamite. Da indagato spiega che insieme ai candelotti ha ricevuto anche una richiesta di soldi da parte del boss latitante Matteo Messina Denaro, con un biglietto e una foto del figlio dietro la quale ci sarebbe stato scritto «stai attento a quello che fai, stai attento a quello che dici». Poi aggiunge che le due persone incaricate di consegnargli l’esplosivo lo avrebbero anche minacciato con queste parole: «Questa volta lo puoi aprire, la prossima volta no». E le prove? Inesistenti. Tanto che per i candelotti Ciancimino viene raggiunto anche da un ordine di custodia cautelare. Intanto rivela anche che di una parte di quella dinamite se n’è disfatto un amico, Giuseppe Avara (anche lui condannato ieri a due anni). Fin da subito le versioni dei due indagati non convergono, e quando i magistrati vanno ad analizzare le immagini riprese dalle telecamere piazzate davanti casa di Ciancimino Jr, capiscono che il suo racconto non sta in piedi. In difficoltà, il figlio di don Vito fornisce una nuova versione, e cioè che l’esplosivo gli è stato consegnato nella sua casa di Bologna e da lì trasportato in Sicilia. Bugie su bugie che gli sono costate una (nuova) condanna a tre anni.

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