Cinque dibattimenti e otto anni di inchiesta non hanno detto né mai lo diranno, presumibilmente, chi abbia ucciso Meredith Kercher la notte tra il primo e il due novembre 2007, dal momento che l’unico condannato risulta essere finito in galera con l’accusa di concorso in omicidio. I buchi neri restano e rendono solforosa la ricostruzione di un omicidio solo parzialmente risolto. Si parte dalla dichiarazione dell’avvocato dell’affranta famiglia Kercher, che pochi minuti dopo la sentenza di assoluzione definitiva disse: «Non è stata evidentemente raggiunta la prova che inchiodasse Raffaele Sollecito e Amanda Knox - dichiarò Francesco Maresca - ma di fatto restano sconosciute le persone insieme alle quali Rudy Guede ha compiuto il delitto. Ricordo che lui è stato condannato per concorso in omicidio». Se, come ha ribadito il procuratore generale Pinelli nella sua requisitoria del marzo scorso, a infierire su Meredith sono state tre persone, l’inchiesta fatta frettolosamente, infarcita di grossolane lacune, come stabilito ieri dalla Cassazione, si chiude con un punto interrogativo. Anzi due. Improbabile che si approfondirà perché sotto questo profilo l’avvocato Bongiorno, che ha difeso Raffaele Sollecito con l’efficacia che le viene riconosciuta, ha ragione: l’aspetto scientifico dell’indagine è stato caratterizzato da lapsus, ritardi, incongruenze. C’è poco da esultare dunque, perché di fatto c’è ancora in giro un assassino che se la spassa. O due assassini, se la dinamica omicidiaria è quella che sembra essere. La camera da letto in cui morì Meredith Kercher fu messa a soqquadro come se qualcuno volesse inscenare una rapina. Di più: un sasso ha rotto una finestra del casolare dove la vittima abitava, ma dall’interno verso l’esterno. In altro modo non sarebbe stato possibile a causa della presenza di una serranda incastrata. Guede non ha confessato di aver simulato l’azione di un malintenzionato entrato per rubare e uscito con un omicidio da aggiungere ai suoi reati. Non aveva motivi per negare la circostanza. E allora chi è stato? Resterà ancorata al porto dei misteri l’accusa che Amanda Knox rivolse al suo datore di lavoro, Patrick Lumumba, titolare di un bar. Lei lo accostò al delitto e la calunnia le è costata tre anni di condanna. Le ragioni per le quali l’americana cercò di incastrarlo non sono state mai chiarite. Meredith Kercher riposa nel cimitero di Croydon, alla periferia di Londra. Una mamma piange la propria figlia senza aver potuto conoscere la verità sulla sua morte e senza poter contare su una buona quantità di misericordia. In un quieto realismo, ci si rassegni ora ai libri autobiografici, ai film, al foklore mediatico, probabilmente al business che incornicia gli eventi, anche quelli così spiacevoli come l’omicidio di una ragazza qualsiasi. Il caso è chiuso: davanti ai dubbi, si staglia imperativa la parola «fine».
Quanti dubbi. E due assassini ancora in libertà
Ancora non si sa chi inscenò la rapina lanciando il sasso e perché la Knox accusò Lumumba L'ACCUSA e LA DIFESA
