Nessuna sorpresa per i provvedimenti del gup di Taranto, favoriti anche dei pregressi comportamenti dell'Ilva, ma un accorato appello a considerate la vertenza ionica come europea, cogliendo in pieno la sfida dell'ambientalizzazione: è l'analisi della crisi dell'acciaio a Taranto di Corrado Clini, ex ministro dell'Ambiente, docente di Scienze ambientali all'università Tsinghua di Pechino e sotto processo a Roma per l'inchiesta «New Eden». «Bisogna investire sul risanamento - spiega - trasformando Taranto in un laboratorio dove far crescere competenze italiane nel settore della produzione ambientalizzata dell'acciaio. La siderurgia è un problema globale, dalla Cina alla Russia fino alla Germania». Clini, a ottobre inizierà il processo sul presunto disastro ambientale dell'Ilva. «Il provvedimento del gup era in larga parte atteso. L'azienda ha avuto un atteggiamento di contrapposizioni a tutte le amministrazioni. E quando la procura di Taranto, che ha svolto un lavoro molto positivo, aveva indetto un incidente probatorio, per un confronto tra le valutazioni dei periti della procura con quelle dei consulenti dell'Ilva, l'azienda ha rifiutato. Una scelta incomprensibile». Oltre il binario giudiziario, c'è stato un impegno di governi e parlamento per coniugare produzione e standard ambientali. I risultati sono soddisfacenti? «Se fosse stato dato seguito all'Aia che firmai nell'ottobre 2012 e agli impegni che l'Ilva si assunse - tre miliardi di investimenti in tre anni, senza stanziamenti pubblici - oggi l'azienda sarebbe il più importante cantiere d'Europa per l'ambientalizzazione di un plesso siderurgico, con la messa a punto di tecnologie cardine della concorrenza nel settore». Cosa non è andato nel verso giusto? «Una settimana dopo la sottoscrizione dell'impegno dell'Ilva, il gip di Taranto ha bloccato la commercializzazione dei prodotti finiti, del valore di un miliardo, che i vertici pensavano di investire nel risanamento. Questa obiezione non fu superabile e nel dicembre 2012 adottammo una legge, poi contestata per incostituzionalità dal gip di Taranto, e il processo messo in atto fu bloccato. La Consulta si espresse nell'aprile 2013 e in quel lasso di tempo l'Ilva ha perso mercati, risorse. Poi c'è stato il combinato tra i vari conflitti di competenza istituzionali e quando l'Ilva ha avuto agibilità per il piano di risanamento, aveva bisogno di più tempo. E così il governo Letta decise di commissariarla. Si è deresponsabilizzata l'Ilva, è cominciato il cammino per recuperare risorse e siamo al punto di oggi». I commissari? «I commissari sono capitani coraggiosi. Apprezzo molto il lavoro di Piero Gnudi: ha un compito molto difficile da svolgere, che in un contesto di normalità sarebbe stato assunto sul piano del risanamento e finanziariamente dalla proprietà stessa». Le scintille tra magistratura-azienda-Stato? «L'acciaieria, come impianto strategico, è stata gestita dal pubblico per 50 anni senza monitorare e favorire lo sviluppo attraverso l'innovazione. Su questo punto l'Ilva ha avuto un atteggiamento arrogante, non ha mai accettato un’indicazione, ricorrendo sempre ai Tar. La magistratura, dunque, ha occupato uno spazio lasciato vuoto, con le competenze proprie di assicurare il rispetto delle leggi e certo non di promuovere lo sviluppo». Romano Prodi a Bari ha raccontato che il magnate indiano Mittal considera l'azienda efficiente ma non si azzarda a farsi avanti per un quadro burocratico non abbastanza lineare. «Ha ragione Prodi: l'Ilva è specchio di una situazione nazionale contraddittoria, che scoraggia gli investimenti. Il quadro delle leggi italiane però è orientato verso lo sviluppo sostenibile. Mittal è colpito non dalle norme ma dalla gestione conflittuale delle norme, e ha ragione. La lentezza della burocrazia italiana determina un calo di competitività». Per lo stabilimento di Taranto sullo sfondo restano tante opzioni: dalla nazionalizzazione alla chiusura. «La nazionalizzazione non è nell'orizzonte europeo: l'Ue sostiene i privati a condizione che ci siano performance ambientali elevate. La chiusura? L'Ilva è l'unico polo industriale italiano. Come dice Emiliano, non l'ha ordinato il dottore di tenere l'Ilva aperta, ma bisogna sapere cosa comporta fermarne per sempre l'attività».
"Tra giudici ed errori dell’azienda è fallita la scommessa ecologica"
Parla l'ex ministro Clini
